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La parola “Torah” significa “insegnamento” in ebraico e disegna il Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio.


La seconda parte della Bibbia ebraica si chiama “Profeti” (“Neviim” in ebraico). Comporta da un lato dei primi profeti (Giosué, Giudici, Samuele I e II, Re I e II) che sono i libri storici che contengono le biografie e dall’altro gli ultimi profeti che sono i monumenti letterari di un’attività profetica sviluppata tra il VIII e il V secolo prima dell’era cristiana.


La terza parte della Bibbia, “le scritture sante” (“ketubim”) comporta una serie di opere storiche e poetiche scritte a diverse epoche.

Accanto alla Torah, la legge scritta, c’è il Talmud, la legge orale. Per paura che questa legge si perdesse nell’oblio, alcuni rabbini hanno intrapreso di metterla per iscritto, quello che si sarebbe chiamato la “Mishnah” (ripetizione).

Un’importante categoria della letteratura rabbinic è il Midrash (Midrashim al plurale).


Propriamente Sefer ha-Zohar, cioè “Il libro dello Splendore”. Fondamento della mistica ebraica, lo Zohar si propone come un commento mistico alla Torah, scritto in un fiorito aramaico classico nella Spagna del XIII secolo.

Lo Shulchan Aruch fa parte della letteratura halachica.
Il Termine Halachah fa riferimento al corpo delle leggi ebraiche. Se è vero che la legge ebraica deriva dalla Bibbia ed è discussa in modo estensivo nel Talmud, è altrettanto vero che un rabbino, per sapere cosa sia la Legge, non si affida solo al Talmud ma anche a codici più sistematici.

L’haggadah è il testo che accompagna il rituale della Pasqua. Il termine è analogo a quello di aggadah, e significa sostanzialmente “racconto”, “narrazione”.