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Di Rav Alberto Sermoneta (scritto nel 2008)

“Ba chodesh ha shelishì le zet benè Israel me erez Mizraim ba jom ha zè bau midbar Sinai”
...al terzo mese dall’uscita dei figli di Israele dalla terra d’Egitto in quel giorno giunsero nel deserto del Sinai.

Una delle spiegazioni del grande esegeta Rashì a proposito dell’espressione della Torà bajom ha zè “in quel giorno” vuole insegnarci che era il giorno in cui iniziava il capo mese, cioè il primo del mese di Sivan.
Il popolo ebraico raggiunge il deserto del Sinai, luogo dove riceverà la Torà, circa una settimana prima di quel grande evento che sconvolgerà ogni tipo di società dell’epoca.
I figli di Israele hanno quindi sei giorni circa per prepararsi a questo momento così importante per loro; infatti, un popolo non è degno di questo nome se non ha almeno tre requisiti fondamentali:
La libertà, La legge, Un territorio.
La libertà l’avevano ormai raggiunta dopo l’uscita dall’Egitto, dopo essersi lasciati alle spalle gli Egiziani che rappresentavano per loro, la morte morale ossia la negazione assoluta di ogni forma di indipendenza e diritto all’espressione libera e civile e rispetto della moralità dell’essere umano.
La legge era un altro fondamentale requisito all’esistenza ed all’espressione di un popolo, non solo per la gestione e l’amministrazione dei diritti fra cittadini della propria nazione, ma soprattutto nella tradizione ebraica è considerata al legittimazione dei diritti dell’essere umano all’uguaglianza fra di essi.
I Maestri della tradizione ebraica sostengono che per quanto una legge sia rigida è pur sempre la garanzia che attraverso la sua osservanza, ogni cittadino sia uguale all’altro, senza alcuna distinzione o parzialità fra l’uno e l’altro.
Una grande massima rabbinica della Mishnà, gioca sul modo di leggere e quindi interpretate un versetto della Torà in cui, descrivendo la scrittura delle Tavole della Legge è detto:
“….ve ha mikhtav mikhtav Elohim hu charut al ha luchot” “…e la scrittura è la scrittura divina incisa sulle tavole”
Il termine charut è scritto con le stesse consonanti di un altro temine cherut che vuol dire libertà; essi quindi dicono “ al tikrè charut ellà cherut” che significa: non leggere inciso ma leggi libertà cioè anche se le regole della Torà, incise su tavole di pietra, sono regole ferree, garantiscono però l’uguaglianza e la libertà fra coloro che le osservano.

Il popolo ha atteso trepidante, sei giorni per ricevere la Torà, come una sposa aspetta il giorno del suo matrimonio e con l’avvicinarsi dell’evento, si rende sempre più idonea al matrimonio di giorno in giorno, fino alla purificazione che avviene alla vigilia di esso.

Una spiegazione molto appagante viene data da un Rabbino italiano del XII secolo – Rabby Azarià Figo, il quale interpretando il termine ve kiddashtam – e santificali fa un parallelismo con lo stesso termina che significa pure e saranno in matrimonio; ossia rendili pronti affinché in quel giorno, cioè il 6 del mese di sivan, sia celebrato il matrimonio fra D- o e il popolo di Israele.
La Torà, viene definita da D-o stesso il sefer ha berit – il libro del patto ossia il patto stipulato fra il Signore ed Israele. Anche la ketubà, il contratto matrimoniale è definito un patto, per cui, secondo Azarià Figo, la Torà non è altri che la ketubà di D-o verso il popolo di Israele e quindi il mattan Torà la promulgazione del Decalogo, avvenuta il 6 di sivan, non sarebbe altri che il matrimonio fra il Signore Iddio ed il popolo ebraico.

Al termine del racconto dove si narra che Mosè salì sul Monte Sinai per ricevere le Tavole della Legge è detto: “vaì ke challotò le dabber ittò” – “ dopo aver (al termine) con lui” la parola ke challotò può, se letta senza vocali essere ke challatò che vuol dire come la sua sposa ecco allora la conferma che in quel giorno è stato celebrato il matrimonio fra D-o ed Israele.

Nel Cantico dei Cantici di Re Salomone, viene narrato l’amore di un pastore per una pastorella e gli esegeti hanno voluto vedere in questo racconto, un parallelismo dell’amore fra D-o ed il popolo ebraico. Un verso del poema dice: “ zenna u rena benot Zion ba ‘attarà asher ‘itterà immò et roshò be jom chatunatò uv jom simchat libbò” uscite e guardate oh figlie di Sion la corona con cui sua madre lo ha incoronato nel giorno del suo matrimonio nel giorno della gioia del suo cuore” I Maestri spiegano che l’allegoria è fortissima riguardo il popolo ebraico perché il giorno del matrimonio e il giorno della sua gioia, non sarebbe altri che la promulgazione del Decalogo.

Si racconta in un Midrash che nel momento precedente a che Israele pronunciasse la fatidica espressione na’asè ve nishmà’ faremo e ascolteremo, giunsero sessanta milioni di Angeli presso gli Ebrei e legarono due corone, una in corrispondenza di na’asè e l’altra in corrispondenza di nishmà’. In quel momento uscì una Voce Celeste e disse: “ a chi è stata manifestata una cosa così grande tanto da fare in modo che gli Angeli li asservissero? In verità chi riesce a fare prima ancora che venga domandato, non è paragonabile ai servi i quali debbono prima sapere cosa debbono fare e poi se riescono lo fanno altrimenti no.” ( Rashì Shemot 32 ).

Quindi il fatto che il popolo abbia manifestato la volontà di agire prima di ogni altra cosa, li ha resi meritevoli di essere ulteriormente liberi e non simili agli schiavi, che servono il loro padrone, fatto come loro di carne ed ossa.