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Di Rav Alberto Sermoneta 

Il termine "shanà" viene generalmente tradotto "anno" e l'augurio che gli ebrei di tutto il mondo, al termine della preghiera serale della prima sera di Capo d'Anno si scambiano è "shanà tovà - buon anno".

In realtà questo augurio noi ebrei iniziamo a scambiarcelo sin dal primo giorno del mese di Elul, ultimo mese dell'anno precedente, fino quasi alla fine di Tishrì e sicuramente fino a tutto Succot.
Il mese di Elul e quello di Tishrì, sono legati tra loro da un forte vincolo, che coinvolge tutti gli ebrei: il sottomettersi al giudizio divino.
Rosh ha shanà è chiamato dai nostri Maestri "Yom ha Din - Giorno del giudiio" ed è la conseguenza di quelle opere che abbiamo fatto nel mese di Elul.
Il termine "shanà" può anche derivare - secondo una interpretazione rabbinica - dal verbo "le shanot" che significa "cambiare".
Questo perché, ogni ebreo ha il dovere di cambiare, anche se soltanto parzialmente il suo comportamento, cercando di migliorare qualcosa in più di anno in anno.
Quindi, il comportamento che noi teniamo nel mese di Elul, non è altri che un allenamento per arrivare in forma al giorno del giudizio ed essere un po' più a posto con la nostra coscienza, nel momento in cui ci presenteremo al nostro Creatore, che, soprattutto di rosh ha shanà, seduto sul kissé ha din - il trono della giustizia, analizzerà il nostro operato, per giudicarci in maniera benevola nel giorno di Kippur.
Possa il Signore renderci meritevoli di una teshuvà shelemà (completo ritorno) per poter farci godere di una vita piena di ogni benessere e salute, a noi ed ai nostri figli e nipoti.

Shanà tovà