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Di Rav Alberto Sermoneta

La parte centrale della nostra parashà, quella che lega la prima alla seconda parte è la "birkat cohanim - la benedizione sacerdotale" che i sacerdoti - discendenti di Aaron - dovevano impartire al popolo indistintamente. 


Di Rav Alberto Sermoneta

Dopo aver distinto tutte le dodici tribù nei vari accampamenti, la Torà detta le regole per poter vivere al loro interno.
Potremmo definire una sorta di “regolamento condominiale”, in cui ogni abitante di ogni tribù conosceva le regole sulla idoneità alla vita collettiva e sapeva quando, in seguito a qualche impurità o malattia, doveva allontanarsi.
La caratteristica di queste regole era quella di riguardare, prima il privato, poi la famiglia e quindi la società – il popolo.
Infatti tutto il racconto si conclude solo dopo l’episodio e le regole dedicate alla “sotà” che è la moglie dubbia di adulterio, problematica che riguarda tutto il popolo e che, insieme alle regole del “nazir” colui o colei che decidevano di astenersi, per voto dal fare e mangiare alcune cose, riguardano la società di allora al completo.


Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà contiene una serie di regole che riguardano il comportamento etico e spirituale all'interno della società.
Nella prima parte viene codificato il rapporto coniugale in caso di seri dubbi di fedeltà, attraverso le regole che vanno sotto la definizione di "sotà"; nella seconda parte invece, vengono dettate delle regole particolarmente rigide, per chi vuole dare alla propria vita una particolare impostazione fondata su regole rigorose da seguire: il "nazir".

Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà che leggeremo questo shabbat è piena di contenuti, ma forse quello più intrigante è il nazireato.
Il nazir è colui che per sua volontà o per quella dei suoi genitori, si astiene dal compiere alcuni atti della sua vita, per sempre o temporaneamente, come forma di dedizione a D-o.
Secondo il talmud, il termine nazir vuole indicare una espressione votiva: "neder - voto", che ha assonanza proprio con il nostro termine.
Il nazir infatti sacrificava una serie di azioni della sua vita, privandosi di esse, per elevarsi spiritualmente verso il Signore: non poteva tagliare i capelli né la barba, bere vino né sostanze inebrianti, né cibarsi di uva - fresca o secca - durante tutta la sua vita o per il periodo che si era preposto di mantenere la sua condizione di nazir.


Di Rav Alberto Sermoneta


Dopo la festa di Shavu’ot, la festa della donazione della Torà, si ritorna a leggere la parashà, con il suo ciclo annuale.
La parashà di Nasò è piena di contenuti diversi, che vanno dal conteggio dei levìti, al problema della donna considerata adultera da suo marito – sotà, alla assunzione dei voti di astensione dal radersi tutto il corpo e non bere vino e sostanze inebrianti – nazir, e alla cerimonia di inaugurazione del mizbeach (l’altare dove venivano offerti i sacrifici) nel Mishcan – il Tabernacolo del deserto.


Di Rav Alberto Sermoneta

La parte più suggestiva della parashà che questa settimana leggeremo è senza dubbio, la seconda parte in cui viene descritta la cerimonia dell’inaugurazione del Mizbeach, l’altare dove venivano offerti i sacrifici.Essa viene letta anche durante gli otto giorni della festa di Chanuccà: suddivisa in otto parti, un brano per ogni giorno della festaIn essa si descrivono, le offerte portate dai capi delle dodici tribù, ogni tribù in un giorno diverso.L’introduzione a questa descrizione delle varie offerte, va sotto il titolo di “Bircat Cohanim – la benedizione sacerdotale”.Essa è composta soltanto da tre versetti, ma che destano in ognuno di noi una sensazione particolare, tanto da commuoverci, ogni volta che viene recitata.Infatti, secondo la halakhà, è stata introdotta nelle nostre tefillot, e precisamente nella “AMIDA’” che viene recitata in ognuna delle preghiere giornaliere.


Di Rav Alberto Sermoneta

Dopo aver distinto tutte le dodici tribù nei vari accampamenti, la Torà in questa parashà detta le regole per poter vivere all’interno di esso.
Potremmo definire una sorta di “regolamento condominiale”, in cui ogni abitante di ogni tribù conosceva le regole della idoneità alla vita collettiva e sapeva quando, in seguito a qualche impurità o malattia, doveva essere allontanato da esso.
La caratteristica di queste regole era quella di riguardare, prima il privato, poi la famiglia e quindi la società – il popolo.
Infatti tutto il racconto si conclude solo dopo l’episodio e le regole dedicate alla “sotà” che è la moglie dubbia di adulterio, problematica che riguarda tutto il popolo e che, insieme alle regole del “nazir” colui o colei che decidevano di astenersi, per voto dal fare e mangiare alcune cose, riguardano la società di allora al completo.