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Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà continua a raccontarci la vita di Giuseppe e la sua carriera in Egitto, da prigioniero nelle carceri del faraone a suo Primo Ministro.

Di Rav Alberto Sermoneta

Questo è uno shabbat quasi unico poiché non tutti gli anni il sabato in cui cade la festa di Chanuccà, coincide anche con rosh chodesh.
Infatti questo shabbat sarà l'unico di tutto l'anno in cui leggeremo tre sifrè Torà.
La parashà di mikkez che leggeremo nel sefer che si estrarrà per primo continua a raccontarci la storia di Giuseppe che, venduto dai fratelli, viene condotto in Egitto e qui con l'aiuto di D-o, trova successo in ogni cosa che fa; viene raccontato del suo grande successo a corte del faraone, il quale lo nomina viceré e supervisore all'economia di quel ricco Paese.

Di Rav Alberto Sermoneta

“Mikkez en kez - la parashà di Mikkez non ha fine! " è così che sostenevano ebrei di alcune comunità italiane; sia perché è particolarmente lunga, sia perché prende i sentimenti del lettore in modo particolare.
È una parashà piena di sentimento e passione, in cui viene narrata la sofferenza di Giuseppe che, pur nominato viceré d'Egitto, non trova pace, perché lontano dalla famiglia e dalla sua terra.

Non da meno è il dramma di Giacobbe che soffre per la perdita di Giuseppe fatto credere morto; e in seguito per la perdita di Simeone e di Beniamino, prelevati da Giuseppe, ancora sconosciuto ai fratelli, per farli soffrire almeno un pò a causa di ciò che gli avevano procurato.

Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà di Mikkez ci racconta dei sogni del Faraone e della carriera fulminea di Giuseppe in Egitto, dopo averglieli interpretati.
Molti commentatori si chiedono cinicamente se Giuseppe, nell’interpretare i sogni del Faraone, non avesse approfittato a suo vantaggio per far carriera e, tentando il tutto per tutto, sfruttare queste doti a suo beneficio.
Tutto ciò è inaccettabile, perché l’atteggiamento di Giuseppe è integerrimo e ogni volta che parla, non perde mai l’occasione per mettere davanti a sé, la volontà divina.
Quando per la prima volta viene portato al cospetto del Faraone per interpretargli i sogni, Giuseppe si presenta come “un ragazzo ebreo” e tutto ciò che egli dirà non è altro ciò che il Signore comunica con il Faraone attraverso di lui.

Di Rav Alberto Sermoneta
SHABBAT CHANUCCA’

La parashà di mikketz continua a narrare le vicende di Giuseppe in Egitto, che grazie alla sua
fiducia in D-o ed al modo di rapportarsi con il prossimo, passerà da una situazione di schiavitù alla condizione di primo ministro del faraone.
Anche in questa nuova condizione, il comportamento di Giuseppe resterà esemplare ed integro nei confronti del Signore e della sua moralità.
“ Elo-him ja’anè et shelom par’ò – il Signore risponderà in modo da incutere pace nel faraone” è così che egli esordisce al cospetto del faraone, considerato dagli egiziani stessi una divinità.

Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà di mikketz che leggeremo questo shabbat, continua a parlarci di sogni; questa volta, dopo Josef, il coppiere ed il panettiere è il faraone a sognare.Nel libro del profeta Zaccaria (cap. 10 v.2) troviamo scritto “ …va chalomot ha shav jedaberu- ….mentre i sogni raccontano cose vane” e per questo motivo, spiegano, che i sogni del faraone si ripetono ben due volte. Nel primo sogno, racconta la Torà, il faraone sogna di stare sulle rive del Nilo e vede sette vacche che pascolano in prossimità del luogo.

Di Rav Alberto Sermoneta

“Mikkez en kez” dicono alcuni ebrei! La parashà di Mikkez non ha fine.
In effetti questa parashà è molto lunga, è fra le più lunghe di tutta la Torà.
In essa si prosegue la narrazione della storia di Giuseppe che continua la sua vita in Egitto e ci mostra la brillante carriera di quest’uomo alla corte del Faraone, tanto da essere da lui nominato vice re per il suo spirito di iniziativa nei confronti del paese che lo ospitava.
Durante il suo incarico di vice re, Giuseppe rivede i suoi fratelli, i quali, a causa di una di una forte carestia che ormai da molti anni attanagliava i paesi vicini, scesero in Egitto per fare rifornimento di grano.
Giuseppe, pur riconoscendoli, non si fece a sua volta riconoscere e, anzi, li trattò da spie, scesi in Egitto per vedere la situazione del paese.