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Di Rav Alberto Sermoneta

Devarim, è la parashà che dà inizio all’ultimo libro della Torà che, secondo la tradizione dei Settanta, è altrimenti detto Deuteronomio. 
Il libro contiene una serie di ammonimenti che Mosè fa al popolo prima di morire e prima che il popolo faccia ingresso nella Terra di Israele. 
"Echà essà levaddì torchakhem u massaakhem ve rivekhem - Come posso sopportare da solo la vostra petulanza, il vostro peso, le vostre contese". Questo è ciò che Mosè riferisce al popolo di aver già a suo tempo lamentato a D-o, riguardo al comportamento del popolo stesso. 
"Echà hajetà le zonà kirià neemanà, meleatì mishpat zedek jalin bah veattà merazzechim - Come può essere divenuta prostituta, la città degna di fiducia, dove in essa abitava la giustizia ed ora è piena di omicidi?" Questo è ciò che il Profeta Isaia, circa cento anni prima della grande tragedia della distruzione del Tempio diceva al popolo che si stava allontanando dall'osservanza della Torà e che prima o poi, sarebbe andato in malora. 

" Echà jashevà badad ha ir rabati am, hajetà ke almanà rabati ba goim - Come è possibile che sia abbandonata come una vedova la città, che una volta era colma di popoli". Questo è ciò che il Profeta Geremia si chiede nell'assistere personalmente alla tragedia dell'invasione dei babilonesi, alla conseguente distruzione del Tempio ed alla deportazione del popolo. 

Tutti e tre i grandi Profeti del popolo ebraico, Mosè, Isaia e Germania, usano l'espressione "echà" per descrivere le conseguenze del cattivo comportamento del popolo, che lo porta alla sua rovina. 
Echà è infatti il nome del libro delle lamentazioni, attribuito al Profeta Geremia, che viene letto sia la sera che la mattina di tishà be Av. In esso sono narrati i crudi eventi che precedono e seguono l’invasione di Gerusalemme.
Dal tramonto di Lunedì sera, fino all'uscita delle stelle di Martedì, noi Ebrei digiuneremo e piangeremo per le tragica sorte occorsa al nostro  popolo ad opera dei babilonesi prima e dei romani dopo. 
Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che sono ormai trascorsi tremila anni circa dalla prima e duemila dalla seconda distruzione; oggi esiste Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, unica ed indivisibile, e ancora piangiamo e digiuniamo per la sua rovina? 
Nel corso di oltre tre millenni di storia, il nostro popolo è sopravvissuto a numerosi tentativi di annientamento, scampando a persecuzioni indicibili, da quelle degli egiziani alla Shoah, dai Babilonesi ai Pogrom nei paesi dell'Europa orientale, dall'Inquisizione ai Ghetti etc. 
Nonostante tutto ciò, non si è mai interrotta la preghiera a Dio, di riunirci dai quattro angoli della terra, ricondurci in Israele e ricostruire il Tempio.
La condizione di noi ebrei, sia della Diaspora che di Israele, può essere considerata sempre di precarietà, appesa ad un filo, tenuto però da noi stessi. È da noi infatti, che dipende la nostra condizione di vita, nello stesso modo di come avvenne al tempo della distruzione dei due Templi. 
Si racconta infatti, che il primo Tempio fu distrutto a causa della trasgressione delle mizvot, mentre il secondo a causa della lashon ha rà - la maldicenza e l'odio gratuito. 
Questi sono atteggiamenti che possono manifestarsi in ogni momento e nessuno può garantire che possano non ripetersi simili condizioni. 
Il digiuno e il lutto che facciamo nel periodo, chiamato "ben ha mezzarim" che va dal 17 di Tamuz al 9 di Av e che si intensifica gradualmente, fino a culminare con la settimana in cui cade il 9 di Av, ha la finalità di farci riflettere e, in un certo senso provare sulle nostre persone, ciò che hanno potuto provare i nostri padri, in quei momenti così bui della nostra storia. 
Il termine "taanit", tradotto per comodità "digiuno" significa in realtà "umiliazione". La condizione psico-fisica in cui noi ci troviamo quando non mangiamo, non beviamo, non possiamo lavarci, profumarci, indossare abiti o calzari dignitosi e nemmeno poter godere dell'intimità coniugale, ci porta ad auto considerarci come in un certo senso "prigionieri" di una condizione particolare. 
La stessa condizione vissuta da coloro a cui viene tolta la dignità di essere umano. Per far sì che questo non si ripeta noi dobbiamo riflettere su ciò che è stato, e considerarci tutti sottoposti allo stesso rischio; dobbiamo soprattutto tener presente l'unità di popolo e la nostra identità per non contribuire al male che già tanto abbiamo subito da parte dei nostri nemici.
Viceversa,  abbiamo il dovere di aiutare il prossimo e ancor più nostro fratello, cercando di farlo vivere nel benessere proprio come noi viviamo. Dobbiamo essere l'esempio positivo da seguire per gli altri popoli, per non cadere nel tranello di far fare a chi ci odia …di tutta un'erba un fascio. Soltanto in questo modo siamo sicuri di aver fatto il nostro dovere e garantire il futuro del popolo che prende il nome dal nostro antenato Jaakov, degno di essere chiamato Israel. 
Concludo con una frase dei Profeti di Israele che dice:
"Chi fa lutto per Gerusalemme è meritevole di vederne la sua ricostruzione”.  
Shabbat shalom 


Di Rav Alberto Sermoneta

Iniziamo questo shabbat il quinto ed ultimo libro della Torah: Devarim-Deuteronomio, che contiene una serie di discorsi ammonitivi che Mosè rivolge al popolo prima di lasciarlo definitivamente e prima che entri nella terra di Israele.
I discorsi sono abbastanza pesanti, ma c'è da notare come Mosè non punti mai il dito contro il popolo direttamente, bensì ricordi loro i luoghi dove essi si sono comportati nel peggiore dei modi.
Questa parashà cade sempre lo shabbat che precede il digiuno del 9 di Av, digiuno in cui piangiamo la molteplicità delle disgrazie accadute al nostro popolo nel corso dei millenni.

Di Rav Alberto Sermoneta

Questo è uno shabbat particolare, in quanto è quello che precede il digiuno del 9 di Av.
"Echà essà levaddì torchakhem u massakhem ve rivekhem - Come posso sopportare da solo il vostro annoiarmi il vostro peso e le vostre contese?" Così inizia il primo discorso che Mosè,  in punto di morte rivolge al popolo, prima di abbandonarlo definitivamente.


Di Rav Alberto Sermoneta

"Elle ha devarim asher dibber Moshè el col Israel - questi sono i discorsi che rivolse Mosè ai figli di Israele": così inizia l'ultimo libro della Torà, un libro dedicato tutto a Mosè che, come un buon padre mette in guardia i propri figli sul comportamento da tenere nella terra di Israele.
Il Deuteronomio vuole essere un riepilogo di tutto il Pentateuco. In esso sono contenuti gli eventi più importanti dei quaranta anni trascorsi nel deserto; in particolar modo la parashà che leggeremo questo shabbat, contiene una lunga serie di ammonimenti che si addicono alla settimana che stiamo trascorrendo: quella che precede il digiuno del 9 di Av.


Di Rav Alberto Sermoneta

La parasha' di questo shabbat dà inizio al quinto ed ultimo libro della Torà, e ne prende appunto il nome. Il libro di Devarim è anche conosciuto con l'appellativo di "Mishne' Tora'" o dal greco Deuteronomio.
Nel libro sono contenuti una serie di discorsi che Mosè rivolge al popolo prima di accomiatarsi definitivamente.
Le raccomandazioni sono in funzione del comportamento, molte volte scorretto, che il popolo ha avuto durante i quaranta anni di permanenza nel deserto e sono fortemente legati alla Terra di Israele e alla vita su quella Terra.
Forse per questo motivo, questa parashà coincide sempre con il sabato che precede il digiuno di tishà' be av - il giorno più luttuoso della storia del nostro popolo.


Di Rav Alberto Sermoneta

SHABBAT CHAZON
Con la parashà di Devarim, questo shabbat inizieremo la lettura del quinto ed ultimo libro della Torà. Il libro è conosciuto anche con il nome di Deuteronomio o “Mishnè Torà” poiché in esso vengono riassunte le parti fondamentali della vita del popolo durante i quaranta anni di permanenza nel deserto.
Il libro contiene una serie di discorsi ammonitivi che Mosè rivolge al popolo, prima di lasciarlo definitivamente all’ingresso della Terra di Israele.
Questi discorsi sono molto duri, paragonabili a quelli di un padre che prima di morire si rivolge ai propri figli ammonendoli e rammentandogli i momenti in cui hanno avuto un cattivo comportamento, perseguendo una strada non buona.


Di Rav Alberto Sermoneta

Con la parashà di Devarim inizia il quinto ed ultimo libro della Torà; esso comprende una serie di discorsi che Mosè rivolge al popolo, prima di lasciarlo definitivamente e prima che esso faccia ingresso finalmente, nella Terra Promessa.
Mosè come un buon padre si rivolge al popolo, anche con parole molto dure, riguardo il comportamento che dovrà tenere nella terra di Israele ed a volte ammonendolo che, nel caso in cui il popolo dovesse allontanarsi dall’osservanza delle mizvot in modo grave, potrebbero capitare gravi sciagure.
Tutto ciò, commentano gli esegeti, viene fatto da parte di Mosè con una eleganza ed una finezza che non tutti riuscirebbero ad avere.