Questo sito usa i cookie di terze parti per migliorare i servizi e analizzare il traffico. Le info sulla tua navigazione sono condivise con queste terze parti. Navigando nel sito accetti l'uso dei cookie.


Di Rav Alberto Sermoneta

Con la parashà di Devarim inizia il quinto ed ultimo libro della Torà; esso comprende una serie di discorsi che Mosè rivolge al popolo, prima di lasciarlo definitivamente e prima che esso faccia ingresso finalmente, nella Terra Promessa.
Mosè come un buon padre si rivolge al popolo, anche con parole molto dure, riguardo il comportamento che dovrà tenere nella terra di Israele ed a volte ammonendolo che, nel caso in cui il popolo dovesse allontanarsi dall’osservanza delle mizvot in modo grave, potrebbero capitare gravi sciagure.
Tutto ciò, commentano gli esegeti, viene fatto da parte di Mosè con una eleganza ed una finezza che non tutti riuscirebbero ad avere.

Nella parashà in questione Mosè ricorda al popolo alcune località particolari del viaggio durato quaranta anni.
I commentatori spigano che il motivo per cui Mosè cita queste località è per ricordare al popolo senza svergognarlo, che in quei luoghi è accaduto qualcosa di grave che il popolo ha commesso.
E’ questa una parashà molto dura, in cui oltre a ciò che si è detto, vengono raccontate molte malefatte del popolo, durante i quaranta anni di peregrinazione nel deserto, ma soprattutto le lamentele che Mosè rivolge al Signore, in cui manifesta la sua stanchezza per aver sopportato il popolo che molte volte gli si era mostrato ostile, nonostante tutto ciò che egli aveva fatto.
Questo shabbat, a differenza degli altri sabati dell’anno che prendono il nome dalla parashà, lo prende dalla prima parola della haftarà che leggeremo in essa “chazon” (visione di Isaia) Isaia cap.1 v.1
Esso è infatti il sabato che precede il digiuno del 9 di Av, in cui si fa lutto per la distruzione del I e del II Tempio di Gerusalemme, ad opera dei Babilonesi nel 587 a.E.V. e dei Romani nel 70 d.E.V.
Questo sabato non è un giorno di lutto, perché di shabbat è assolutamente, per qualsiasi motivo, proibito fare manifestazioni di lutto, sia private (come nel caso della morte di una persona cara), sia pubbliche (come nel caso in questione del 9 di Av); tant’è che nel caso in cui tale data dovesse cadere di shabbat, il digiuno si posticipa al giorno successivo e quello shabbat è considerato come tutti gli altri sabati dall’anno.
La differenza sta che nel rito Italiano e alcuni altri riti, le tefillot o per meglio dire, le parti che normalmente sono particolarmente cantate nelle normali tefillot di shabbat, vengono recitate a voce bassa, per indicare al pubblico che sta arrivando il giorno più luttuoso per il nostro popolo.
Durante la settimana, cioè da questo sabato in avanti, fino al dieci del mese di Av dopo mezzogiorno, (per alcuni dal I del mese) ci si astiene dal raderci, dal tagliarsi i capelli e le unghie e dal mangiare carne (ad esclusione dello shabbat stesso).
Molti usano pure non lavarsi interamente con acqua calda (è permesso farsi la doccia con acqua fredda) e alcuni usano non lavare la biancheria e fare il bucato fino al giorno successivo il digiuno (molti tutto il giorno, altri fino al mezzogiorno).
Il giorno di tishà be Av (dalla sera dell’8 agosto alle ore 20,20 fino alla sera successiva alle ore 21, 29) è proibito, oltre che a mangiare e bere, anche lavarsi, ungersi (profumarsi o spalmarsi creme di bellezza), indossare scarpe di cuoio, avere rapporti coniugali e persino salutarsi, in segno di lutto rigoroso.
Il digiuno deve essere preso con un pasto frugale (se’udat ha mafseket) a base di uova, lenticchie ecc. senza assolutamente mangiare carne e bere vino; nello stesso modo deve essere interrotto la sera successiva, in segno di proseguimento del lutto della giornata.
E’ uso che dopo la tefillà di shachrit ci si rechi al cimitero a trovare i propri cari.
Durante la tefillà di ‘arvit di lunedì sera e quella di shachrit di martedì mattina, si prega al buio (per comodità di lettura si può usare una candela) stando seduti su sgabelli bassi o in terra; la tefillà di shachrit, viene recitata senza taled e tefillin e nella ripetizione della ‘amidà viene omessa la “birkat cohanim”- la benedizione sacerdotale.
Dalle ore 14 in avanti, con la recitazione della tefillà di minchà, si indossa nuovamente il taled ed i tefillin e viene recitata come di solito, con le luci accese e stando seduti normalmente sui banchi o su normali sedie.
Da quel momento, molti usano tornare a salutarsi e secondo alcuni usi ( alcuni sefarditi), ci si può fare la doccia ci si può radere, si può nuovamente lavare la biancheria e rimettere in ordine la casa (no secondo il rito italiano).
Dal pranzo del giorno successivo si può riprendere la vita regolare, lavandosi, radendosi e tagliarsi i capelli e soprattutto mangiare cibi di carne.

Lunedì 15 Agosto è TU BE AV (15 del mese di AV) giorno particolarmente festivo per il popolo ebraico, il quale si augura che da quel momento terminino tutte le disgrazie capitate al popolo di Israele.
Racconta un midrash che quando i 12 esploratori tornarono dall’aver visitato la terra di Israele, raccontarono al popolo che non sarebbero mai riusciti ad espugnare gli abitanti, perché essi erano dei giganti (portarono come testimonianza di ciò, i frutti della terra che avevano dimensioni enormi); per questo il popolo pianse, lamentando al Signore la volontà di ritornare indietro.
Quella sera era il 9 del mese di Av ed il Signore li punì dicendo loro che, dato che avevano pianto per una cosa vana, per tutta la durata dei giorni della terra, piangeranno per qualcosa di molto più grave e decretò che quella generazione non sarebbe entrata in Israele.
Per questo, per quaranta anni consecutivi, gruppi di ebrei che erano usciti dall’Egitto, all’infuori di Giosuè e Calev, scavavano una fossa e vi entravano dentro; l’indomani venivano trovati morti.
La sera del 15 di Av del quarantesimo anno, il gruppo di turno scavò la propria fossa, vi entrò, ma l’indomani mattina furono trovati vivi; quello era il segno che era stata espiata la colpa del popolo e che più nessuno del popolo sarebbe morto.
Ecco il motivo per cui i nostri Maestri sostengono che quella data, il 15 di Av, sarà il giorno in cui tutte le disgrazie del popolo di Israele cesseranno definitivamente.
Sostengono anche i nostri Maestri che chi fa lutto per Gerusalemme, piangendone la distruzione, avrà il merito di gioire per la sua ricostruzione.
Possa questo accadere presto ai nostri giorni
Amen