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Di Rav Alberto Sermoneta


….e prendano per me una terumà da parte di chiunque sia sospinto dal suo cuore”
Così inizia la parashà che leggeremo questo shabbat, parashà in cui si parla della costruzione del Mishkan, il Tabernacolo mobile del deserto, che accompagnò il popolo di Israele per tutta la durata del viaggio nel deserto.
La parola terumà, che traduciamo offerta, deriva in realtà dal verbo la- rum, che vuol dire alzare. Essa non aveva una misura, a differenza del mezzo siclo che ogni capo famiglia doveva obbligatoriamente offrire al Tempio.

La terumà è un’offerta che ognuno poteva fare o non fare ma che, se la faceva, doveva farla con tutto il suo cuore.
Il Mishkan era una proiezione della sacralità divina in mezzo al popolo, e quindi doveva essere fatto con la partecipazione di tutti in modo armonioso, senza diversità di opinioni e soprattutto senza che nessuno potesse sentirsi in inferiorità economica rispetto a suo fratello.
Le offerte a scopo “divino” debbono essere percepite dall’ebreo non come un dovere, ma come una forma di compartecipazione alla vita comunitaria, affinché nessuno possa mai far rivalere qualcosa in più rispetto al suo prossimo di ciò che è fatto per tutti.
Gli Ebrei hanno la caratteristica di essere eterogenei e con idee discordi gli uni dagli altri, ma proprio questa peculiarità ci rende più ricchi e ci fa vivere una vita comunitaria all’insegna dell’armonia e dell’osservanza delle mizvot
Nella parashà di Itrò che abbiamo letto due settimane orsono, un attimo prima della manifestazione sinaitica, troviamo la descrizione del momento in cui il popolo si accampa alle pendici del Sinai; nel versetto è scritto:
va jachanù bamidbar, vaichan sham Israel neghed ha ar – e si accamparono nel deserto e si accampò lì Israel di fronte al Monte”.
I commentatori si chiedono: “perché la prima volta è scritto “va jachanù – e si accamparono” in forma plurale, mentre la seconda è scritto “va ichan – e si accampò” In forma singolare?”.
Il motivo di questa diversità di espressione, va ricercato nella seconda parte del versetto: cioè “neghed ha ar – di fronte al Monte” quando sono davanti al Monte Sinai – luogo simbolo e origine della parola di D-o – la Torà, il popolo si muove all’unisono, tutti come se fossero una sola persona.
Rashì commenta: “come un solo uomo con un solo cuore”.
Il fatto di essere davanti ad un qualcosa di particolarmente sacro, come la Torà o il Mishkan, deve contribuire a far sì che fra tutto il popolo ebraico vi sia un unico motto: quello di essere, come spiega Rashì “ ke ish echad belev echad – come un uomo solo con un solo cuore”.

Shabbat shalom