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Di Rav Alberto Sermoneta

Nella Parashà di Terumà, la Torà elenca una serie di dettagli e di regole per la costruzione del Mishkan, il Tabernacolo mobile del deserto; esso rappresentava l’antenato del Tempio di Gerusalemme - il Bet ha Mikdash, costruito dopo l’ingresso del popolo nella terra di Israele, da re Salomone su progetto di suo padre re David.
C’è da notare che il testo della Torà dice: “….e prendano per me un’offerta……e facciano per me un Santuario, e io abiterò in mezzo a loro.”
Fanno notare gli esegeti che la terumà, l’offerta che doveva essere fatta spontaneamente, ognuno secondo la propria volontà, non era richiesta direttamente dal Signore, in quanto è detto: “…e prendano per me un’offerta” e non “facciano a me un’offerta”.
Presso gli altri popoli pagani, era la divinità stessa che richiedeva un’ offerta e molte volte, visto che la divinità era rappresentata da un essere umano, egli godeva personalmente dell’offerta fattagli dal popolo, ad esempio, si faceva costruire un magnifico palazzo dove abitare.


Di Rav Alberto Sermoneta

«...Parla ai figli di Israele e prendano per me un’offerta...». Così inizia la parashà che leggeremo sabato prossimo e che prende il nome di Terumà che significa appunto “offerta”.
A questo proposito i Maestri si chiedono come mai la Torà adopera il verbo “prendano” e non “diano” visto che si tratta della richiesta di un'offerta da parte divina per costruire il MISHKAN – Tabernacolo mobile del deserto.

Molte sono le risposte a questo quesito:
Il “minchà belulà” testo di esegesi biblica, spiega dicendo che se colui a cui è predisposta l'offerta è un personaggio importante, colui che la offre è considerato colui che la riceve e per questo è detto “ prendano per me un’offerta” e non “diano a me una offerta”.