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"Avinu malkenu shelakh refuà shelemà le cholé 'ammekha - Padre nostro, nostro Re manda una guarigione completa ai malati del tuo popolo"

Questa è una delle tante richieste che da Rosh ha shanà fino a Kippur recitiamo nelle preghiere di shachrit e di minchà di tutti i giorni, compreso Shabbat.

Dall'inizio della pandemia, si è deciso di recitare alcune di esse, sempre nelle medesime tefillot, per chiedere al Signore, di far cessare questo flagello che sta mietendo, in poco più di un anno e mezzo, milioni di vittime in tutto il mondo.
I chakhamim si chiedono cosa significhi l'espressione "refuà shelemà - guarigione completa". A questo interrogativo si risponde con una espressione che suona con le parole: "refuà ha nefesh urfuat ha guf - guarigione dell'anima, guarigione del corpo". 
Non si è sani se non lo si è completamente ossia, oltre che fisicamente anche moralmente, psicologicamente e spiritualmente. A volte si è sani di corpo ma si avvertono sensazioni interne che non ci permettono di godere a pieno delle bellezze della vita e non si godono a pieno le gioie che essa ci riserva. 
Per questo, i giorni che precedono e immediatamente seguono l'inizio del nuovo anno, sono necessari per fare un esame ed un bilancio del nostro comportamento, verso noi stessi e, soprattutto verso le persone che ci vivono attorno.
Rosh ha shanà è l'inizio di un nuovo anno e non si può iniziare qualcosa di nuovo, se prima non si sono fatti i conti con il trascorso.
Soltanto dopo aver fatto un esame di coscienza sull'atteggiamento tenuto nell'anno passato siamo pronti per affrontare un nuovo periodo. Non si può tornare alla routine di tutti i giorni, se prima non si è fatto una "quarantena morale" su quello che è stato il periodo "debole" del nostro comportamento.
Abbiamo il dovere di proteggere noi stessi - fisicamente e moralmente - per poi proteggere il nostro prossimo e considerarlo parte integrante di noi. 
Per questo la Torà prima e i Maestri dopo hanno stabilito gli "aseret jemé teshuvà -  I dieci giorni di riflessione", non solo su ciò che abbiamo fatto nel passato ma soprattutto per quello che dovremo fare nel nostro futuro più prossimo.
L'augurio che Rosh ha shanà possa portare un cambiamento positivo nei nostri proponimenti, sta proprio nell'espressione con cui usiamo salutarci, già dall'inizio del mese di Elul che è l'ultimo dell'anno che ci sta lasciando fino a tutto il mese di Tishrì che segna l'inizio del nuovo anno: shanà tovà; dove la parola "shanà - anno" va intesa come sostantivo del verbo le shannot - cambiare.
Cambiare in bene, con l'inizio del nuovo anno, sperando che l’Eterno cambi in positivo le nostre sorti. 

"Avinu malkenu, chaddesh 'alenu shanà tovà - Padre nostro, nostro Re rinnova per noi un anno buono".
Le shanà tovà tikkatevu ve techatemu - possiate essere iscritti e suggellati per un anno buono. 

Rav Alberto Sermoneta