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Di  Rav Alberto Sermoneta

I giorni di Rosh ha shanà e Yom Kippur sono conosciuti nella tradizione rabbinica, anche con l’appellativo di Yamim noraim – giorni terribili, in cui si immagina che il Signore Iddio, faccia un bilancio del nostro comportamento, mettendo un segno particolare sulle nostre azioni cattive, lasciando in sospeso il nostro destino, fino a quando non facciamo una completa teshuvà.

Nel trattato talmudico di Yomà, verso la fine di esso, i Maestri della mishnà ci insegnano una cosa fondamentale per il nostro comportamento:

Nel giorno di Kippur vengono espiate quelle colpe che vi sono fra l’uomo e il suo prossimo, soltanto quando costui si sia seriamente pentito del male che ha fatto e si è recato a chiedergli scusa può meritare il perdono.
Tutte le colpe commesse involontariamente, prima di Jom Kippur, vengono espiate attraverso il digiuno ed il ravvedimento, dove non c’è la teshuvà, il Signore lascia all’uomo il tempo necessario per farla ed il digiuno del kippur successivo, espierà la sua colpa.
Ma per coloro che invece dicono:  io trasgredisco e il giorno di Kippur espierà la mia colpa - per questi non vi è alcun perdono” (Mishnà Yomà).

Nella parashà di Nizzavim, che abbiamo letto lo scorso shabbat, troviamo scritto:

E avverrà, quando si saranno verificate su di te tutte queste cose – la benedizione e la maledizione – che ho posto davanti a te, e tu vi rifletterai sopra….”( Devarim 30;1)

Chiunque legga questo versetto , resterà stupito di ciò che esso contiene.
In verità quando un uomo è colpito da una grave situazione – fisica, economica o morale – soltanto allora si chiede cosa possa aver commesso per essere punito o solamente per quale motivo gli è accaduto ciò, cosa che, nel caso contrario – davanti al benessere (fisico o morale) - ciò non avviene.
E’ un atteggiamento comune all’uomo che, nel momento del benessere, non fa altri che glorificarsi della sua opera; viceversa, quando soffre di un male fisico, economico o morale è il momento che rivolge al Signore le sue preghiere e inizia a interrogarsi sul perché di tutto ciò.
Le due sere di Rosh ha shanà, subito dopo la tefillà di ‘Arvit, si recita una particolare preghiera, che si ripete anche la sera in cui entra Yom Kippur.
Questa preghiera è chiamata Tefillà ‘al parnassà – preghiera per gli alimenti, in cui davanti all’Aron ha kodesh aperto, si chiede al Signore Iddio di mandarci, nell’anno che sta entrando, ogni sorta di bene, da quello morale a quello materiale, soprattutto quello materiale, senza essere debitori verso gli uomini, ma solo verso D-o.
Si chiede inoltre, che ognuno possa avere un riscontro economico superiore a quello dell’anno passato e cibo in abbondanza per ogni essere vivente che appartiene al Creato:

mi karnè reemim ve ‘ad bezzè kinnim – dalle corna del bufalo(considerato l’essere più grosso del regno animale) fino alle uova di pidocchio (quello più piccolo).

La situazione sanitaria, a causa della pandemia che ha colpito totalmente il Globo Terrestre, anche quest’anno è stata abbastanza pesante per tutti noi; tutto ciò, non ha fatto altri che appesantire  ancor di più la situazione economica oltre a quella sanitaria, finendo di impoverire chi già navigava in cattive acque, danneggiando anche chi si trova in condizioni migliori di questi ultimi.
Anche nella nostra Comunità ci sono casi di persone che risentono in modo notevole di questo fenomeno e ciò fa sì che indirettamente anche la nostra Comunità, in quanto ente, subisca un forte risentimento economico.
La Comunità è la nostra casa ed è la garanzia di una vita ebraica in una città dove non vi sono molti ebrei; di conseguenza è difficile mantenere quelle regole che caratterizzano la vita e le tradizioni del nostro popolo. Facciamo sì però, tutti indistintamente, che questo fenomeno non danneggi definitivamente un’istituzione che è resistita ai peggiori momenti della storia del nostro popolo; cerchiamo di mantenere, con il massimo sforzo quel bene che appartiene a tutti noi e che, anche per coloro che non si sentono apparentemente legati a essa, possano avere almeno la garanzia di trovare quel legame sottile, che invece non si deve mai spezzare.
Per tutto ciò, sono più che sicuro che si potrà attuare con la volontà di tutti, sentendoci ognuno garante dell’altro e disporci con umiltà ad ascoltare le critiche positive dell’altro, senza voler prevalere sull’altro, con lo scopo di danneggiare l’immagine di un’istituzione che è il simbolo del nostro orgoglio di ebrei.
Ognuno deve lavorare per il bene della Comunità che lo rappresenta, senza diffamarne la sua immagine, soprattutto al suo esterno.
Agendo così siamo sicuri che il Signore benedirà le nostre famiglie, i nostri figli e di conseguenza anche la nostra Comunità; l’anno che sta entrando sarà un anno di benedizione divina e di benessere per tutto il popolo di Israele, un anno in cui potremo finalmente lavorare per il bene dell’ebraismo.
Possa il Signore attuare questi proponimenti e beneficiare tutto il suo popolo portando amore e fratellanza, pace e amicizia a tutto il suo popolo
Amen

Ti benedica il Signore e ti custodisca
Volga il Signore il Suo volto verso di te e ti renda grazia
Innalzi il Signore il Suo volto verso di te e ti conceda la pace