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Di Rav Alberto Sermoneta

Molte sono le problematiche che si affrontano in questa parashà, che vanno dalla mizvà riservata ai cohanim di preparare quotidianamente la menorà, prima di essere accesa, l’elezione dei leviti ed il loro servizio, la istituzione di “Pesach shenì” per coloro che non potevano celebrare quella principale, le lamentele per la mancanza di cibo fino alle critiche a Mosè per il suo operato.
Ad un certo momento, la Torà si ricollega ad un episodio accaduto nel libro di Shemot, in cui Itrò, suocero di Mosè, gli suggerisce di nominare delle persone che potessero aiutarlo nei suoi difficili compiti; per questo, anche dietro ordine divino, vengono nominate settanta persone, particolarmente sagge chiamati “anziani”, non solo per l’età ma per la loro saggezza.

La parashà, al capitolo 11, narra dell’elezione come un momento solenne, in cui lo spirito divino si posa su di loro, affinchè - continua il testo “potessero profetizzare nell’accampamento”.
Successivamente c’è un altro episodio in cui si parla di due persone, Eldad e Medad che profetizzavano nell’accampamento e questo loro modo di fare provoca l’ira di Giosuè che suggerisce a Mosè di arrestarli.
Mosè risponde a costui in modo sbalorditivo, dicendo: “forse che tu sei geloso per me? Magari tutti si comportassero così! Poiché il Signore ha dato ad ogni uomo una parte del Suo spirito”.
La terza cosa è una espressione divina nei confronti di Aharon e Miriam, che si erano macchiati della colpa di sparlare di Mosè, in cui il Signore, parlando di quest’ultimo dice:
“ascoltatemi bene; se avviene che Io debba parlare ai vostri profeti, mi rivelerei attraverso il sogno o una visione; ma così non è nei riguardi di Mosè con cui ho parlato bocca a bocca, facendomi vedere e non per visioni…..”.
Questi tre passi, molto difficili, parlano entrambi dell’azione del profetizzare:
gli anziani, su cui si era posato lo spirito divino
i due che profetizzavano nell’accampamento
Mosè che vede e parla direttamente con D-o, come è uso fare fra esseri umani.
C’è forse una differenza, a questo punto sul concetto di profezia?
Il termine Navì, che noi usiamo tradurre con Profeta, in realtà deriva dal verbo le avì che vuol dire portare o riportare; il Profeta è quindi colui che riporta la parola di D-o.
Il problema sta nel come essa viene riportata, ma soprattutto come viene recepita.
Vi erano profeti a cui, attraverso un sogno, percepivano un messaggio divino, questo capita bene o male ad ognuno di noi e questa è il primo grado di profezia.
Vi erano profeti che “comunicavano” con D-o attraverso visioni, sul tipo di Abramo a cui assiste, quando il Signore vuole avvertirlo o comunicargli qualcosa.
Mosè è l’unico dei profeti a comunicare con il Signore in un modo in cui nessun altro, sia nel passato che nel presente, abbia mai fatto.
All’ultimo versetto della Torà troviamo scritto:
“..non sorse in mezzo al popolo, nessun altro profeta come Mosè, il quale conobbe il Signore faccia a faccia”.
Quindi il modo di comunicare tra D-o e Mosè è diverso da tutti gli altri profeti di Israele e quindi, questo è considerato un livello di Nevuà – profetismo che non ha eguali.

Shabbat shalom