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Mattot Mas'e' (11 luglio 2026)

Di Marco Del Monte

Vedere la Meta per Compiere il Viaggio: Il Segreto delle 42 Tappe
Basata sul Shiur di Rav Yona Metzgher

All’inizio della nostra Parashà, la Torah usa un’espressione che attira da sempre l’attenzione dei commentatori per una strana inversione stilistica: “E Mosè scrisse le loro partenze per i loro viaggi... e questi sono i loro viaggi per le loro partenze”.

Perché prima si parla di "partenze per i viaggi" e subito dopo si inverte l'ordine? Per comprendere questa duplicità, il grande saggio Rabbi Shlomo Kluger rivela una tradizione straordinaria legata all’insegnamento di Rabbi Yonatan ben Uziel. Nella notte del primo sacrificio pasquale, prima ancora di lasciare definitivamente l'Egitto, il popolo d'Israele visse un miracolo nascosto: le nubi della gloria divina trasportarono l'intero popolo "sulle ali d'aquila" fino al luogo del futuro Tempio di Gerusalemme. Lì compirono il sacrificio, per poi essere riportati in Egitto, consumare il pasto pasquale e, solo il giorno successivo, iniziare il lungo cammino a piedi nel deserto.

Ci si chiede: che senso ha questo paradosso? Se l'Eterno li aveva già portati miracolosamente a destinazione, perché farli tornare indietro e costringerli a camminare per quarant'anni attraverso 42 faticose tappe nel deserto?

La risposta tocca un principio educativo fondamentale che l'Eterno usa con l'essere umano, una dinamica che ribalta la nostra percezione lineare del tempo. Nella vita umana, noi accumuliamo saggezza solo col passare degli anni, rimpiangendo spesso di non aver avuto la consapevolezza dei sessant'anni o più quando avevamo le forze dei venti. Nel mondo dello spirito, invece, Dio inverte i fattori: ci concede prima uno scorcio di futuro, un'illuminazione della meta, per poi rimandarci nel presente a percorrere la strada con una consapevolezza totalmente nuova. Troviamo questa stessa dinamica in un noto passo della Ghemara (Niddah 30b): nel grembo materno, l'angelo insegna al feto tutta la Torah, per poi fargliela dimenticare al momento della nascita. Il Gaon di Vilna spiega che questo non è un esercizio inutile: quell'insegnamento preventivo serve a impregnare l'anima. Quando studieremo la Torah nella nostra vita, non staremo imparando qualcosa di estraneo, ma staremo "ricordando" una meta che fa già parte di noi, forse per questo la Torà molte volte ci chiede di Ricordare, ad esempio lo Shabbat, e non di studiare ex novo.

Lo stesso concetto si trova anche nel Sefer HaTanya, quando si interpreta il passo del Talmud che insegna che all’anima viene fatto fare un giuramento di essere tzaddik e non rasha; quel Mashbiim, si fa giurare si può leggere anche Masbiim ovvero si sazia, cioè si riempie la neshama di potenzialità per affrontare il cammino della vita. Questa struttura la ritroviamo anche nel percorso verso il Dono della Torah. Quando l'Eterno parla a Mosè dice: «Quando avrai fatto uscire il popolo..., servirete D-o (Ta'avduN)su questo monte». I maestri notano che la parola "servirete" presenta una lettera Nun (נ) finale apparentemente superflua, il cui valore numerico è 50. D-o stava mostrando al popolo, ancora schiavo in Egitto al livello più basso dell'impurità, il traguardo finale: il cinquantesimo giorno, il Dono della Torah. È esattamente il segreto della Sefirat HaOmer: A Pesach riceviamo un'illuminazione dall'Alto, veniamo catapultati sulla vetta "sulle ali d'aquila" e intravediamo la Nun del nostro futuro spirituale. Subito dopo, quella luce si nasconde. Torniamo nella nostra realtà quotidiana e iniziamo a contare 49 giorni, rettificando passo dopo passo i nostri canali spirituali. Ma quel conteggio non è una fatica cieca: ogni giorno camminiamo guardando avanti, verso quel cinquantesimo giorno che abbiamo già "assaggiato". Senza la visione iniziale, il percorso sarebbe privo di direzione; senza il cammino successivo, la visione rimarrebbe un sogno sterile che non trasforma l'anima.

Il deserto che Israele doveva attraversare non era solo sabbia, ma un territorio dominato da forze spirituali ostili, riassunte dall'acronimo Ashan-fumo: Akrab - scorpione, Seraf - serpente bruciante, Nachash - serpente. Per dare al popolo la forza psicologica e spirituale di affrontare e sconfiggere questa impurità lungo le 42 tappe, l'Eterno ha voluto che i nostri padri sperimentassero prima, anche solo per un momento, la santità assoluta di Gerusalemme. Come Yaakov si riempie di Torà prima di intraprendere il suo viaggio nella vita. Ecco svelato il segreto del versetto della nostra Parashà: la prima parte indica il viaggio spirituale e immediato verso la meta mentre la seconda indica il cammino concreto, faticoso ma consapevole, compiuto passo dopo passo nel deserto per riappropriarsi di ciò che si è già visto. Nelle sfide della nostra vita personale, familiare e comunitaria, il deserto della quotidianità e le sue tappe possono apparire insormontabili. Il segreto che la Torah ci consegna questa settimana è quello di non perdere mai di vista la Nun, lo scorcio di futuro che l'Eterno ha impresso nel nostro cuore già prima di venire in questo mondo. Non stiamo camminando verso l'ignoto: stiamo solo viaggiando per conquistare ciò che, nell'anima, ci appartiene già.

Shabbat Shalom