Vai al contenuto principale

Domenica 6 settembre — Giornata Europea della Cultura Ebraica: Bologna è città capofila. Sinagoga Grande, dalle 10.

Il programma

Seleziona la tua lingua

Noach (21 ottobre 2023)

Di Marco Del Monte

Secondo i Chachamim ogni parashà contiene insegnamenti relativi a quel determinato momento storico.

Proprio per questo mi piacerebbe condividere con voi un commento leggermente differente dallo stile delle spiegazioni precedenti; semplicemente presenterò alcune personali riflessioni sulla parashà, un flusso di coscienza e di idee che mi lasciano quasi isolato in me stesso mentre leggo le righe del brano di Noè.

Vediamo insieme questi pensieri. Abbiamo già spiegato nel commento dello scorso anno di come il termine Tevà-Arca possa essere letto anche come “Parola” ed il termine Mabul- diluvio è l’acronimo di “ Mavet Vechaym Beyad Lashon” cioè la vita e la morte dipendono dal Linguaggio, e di come le misure dell’arca, altezza, lunghezza e larghezza equivalgano ognuna al valore numerico delle lettere che compongono la parola “Lashon” “Linguaggio”. Ripartiamo da qui per porci una domanda: Le Acque del diluvio, “Mè Hamabul” vengo chiamate in Isaia 54,9 e nel Talmud, “Me’ Noach” “Le acque di Noè”: Perché, dunque, ad uno Tzaddik come Noè gli viene attribuita la responsabilità del diluvio? La risposta più comune è che Noè non riuscì a convincere un’intera generazione, totalmente corrotta, della giustezza delle argomentazioni a favore di Hashem, e quindi lui stesso conosce la verità e si rifugia in essa, trova riparo nella sua stessa

Arca-Parola, quando tutto al di fuori è caos, quando sembra che il mondo intero sia convinto della correttezza delle proprie azioni violente. Ebbene Kadosh Baruch Hu ordina a Noè “Tzoar taasè laTeva” (Bereshit 6,16) che può essere letto sia come “Fai un lucernaio per l’Arca” sia “Fai chiarezza nella Parola”. In questo Mondo Pirandelliano del “Così è se vi pare”, esiste un rischio molto grande, ed è quello del ripetere una bugia più volte per farla diventare poi una verità (vedi Machiavelli). Come sappiamo la descrizione della realtà a volte supera di gran lunga la realtà stessa, rendendo, paradossalmente, oggettiva la propria descrizione, quella che è, in realtà, l’apoteosi della soggettività, quella stessa soggettività e preconcettualità che emerge nel giudizio stesso. Questo rispecchia un principio psicologico Freudiano, quello della “Proiezione”, già anticipato di molti secoli dal Talmud, in Masechet Kiddushin 70,a: “Kol Haposel Bemumò Posel”, “Chiunque denigra, è un suo difetto (riconosciuto in un altro) che sta denigrando”. Nel giudicare, di fatto, si è giudicati, cioè si dà modo di riconoscere un pregiudizio, un script mentale che si ha, rendendolo esplicito nell’esternalizzazione del pensiero. Ed è qui la responsabilità di Noè: “Fai chiarezza nella Parola”, Disambigua ogni situazione falsa, combatti con il linguaggio, cerca di far capire, anche se ti senti solo e intorno a te il mondo intero è pieno di bugia e violenza, come stanno veramente le cose. Non a caso nella stessa parashà si vede di come Hashem stesso blocca il tentativo della costruzione della torre di Babele confondendo le lingue, destabilizzando la loro forma di comunicazione. Forse il compito di Noè è più attuale di quello che sembra, specialmente in una società mediatica come la nostra, si sente sempre di più la necessità di difendere le proprie ragioni. Ovviamente il potere della chiarezza nella parola non può essere efficace se non si utilizza prima la parola come “lucernaio”, ovvero come parola intrisa di luce di santità: Parole di Torà, Parole di Tefillà; David Hammelech quando mandava a combattere 1000 uomini ne mandava 2000 a pregare per loro. Oggi più che mai siamo chiamati un po’ tutti ad essere come Noach, chiarendo e distruggendo ogni falsità, ma soprattutto incentivando lo Studio della Torà ad alta voce, della costante Preghiera, portando quella luce nel mondo che ci farà uscire dall’arca e rialzarci, ricostruendo un nuovo mondo, un mondo finalmente governato dalla colomba che tiene il ramoscello d’ulivo.

Che venga presto ai nostri giorni il tanto atteso Mashiach!

Shabbat Shalom Umevorach