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Di Rav Alberto Sermoneta

Con la parashà che leggeremo questo sabato, si conclude la tragedia che colpisce la famiglia di Giacobbe.
E’ un epilogo a lieto fine, in quanto, dopo le sofferenze che Giuseppe fa passare ai suoi fratelli scesi in Egitto, a causa della carestia che aveva colpito anche la terra di Canaan, accusandoli prima di spionaggio e poi di furto, rivela ad essi finalmente la sua vera identità: “ed ora non avvilitevi se io sono qua in Egitto, perché questo fu voluto dal Signore”.
E’ commovente vedere che, nonostante ciò che subì dai suoi fratelli, Giuseppe non serba loro rancore, anzi li rasserena dicendogli che tutto è avvenuto per volontà divina; e finalmente dopo oltre venti anni di lontananza, potrà riabbracciare suo padre convincendolo a scendere in Egitto e trascorrere gli ultimi anni della sua vita insieme a lui.

Di Rav Alberto Sermoneta

Con la parashà di va iggash termina il dramma che colpisce Giacobbe e la sua famiglia, dalla scomparsa di Giuseppe, per venti anni.
Giuseppe si fa finalmente riconoscere dai suoi fratelli e fa dire a suo padre di essere ancora vivo e, a causa della carestia che sta ormai da molto tempo colpendo i paesi limitrofi all’Egitto, di scendere con tutta la sua gente la da lui.
Termina una tragedia e ne inizia un’altra, perché da quel momento comincia ad avverarsi la profezia che il Signore fa ad Abramo nel “berit ben ha betarim” (Genesi, 15 e seg.):
“la tua discendenza sarà straniera in una nazione non loro per quattrocento anni”.
Inizia infatti la schiavitù egiziana che durerà oltre i quattrocento anni profetizzati da D.o ad Abramo, e che sarà considerata il simbolo dell’oppressione di un popolo su un altro.

Di Rav Alberto Sermoneta

«...E disse Giuseppe ai suoi fratelli: io sono Giuseppe vostro fratello, forse che mio padre è ancora vivo?».

Finalmente con questa Parashà, termina, almeno momentaneamente, il dramma della famiglia di Giacobbe: Giuseppe si fa riconoscere dai suoi fratelli e rivede dopo vent’anni il padre.
Tutto ciò non prima di un'accesa discussione fra Giuda, che prende in mano la situazione, e Giuseppe stesso che ancora si ostina a non rivelare la sua vera identità, accusando questa volta Beniamino di avergli rubato il calice con cui, « un uomo come me opera cose di magia».