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Di Rav Alberto Sermoneta

Dopo venti anni di lontananza, a causa del “fatto” della primogenitura, Giacobbe ed Esaù si rincontrano.
L’incontro, descritto nella prima parte della parashà, non è piacevole, ed anzi fra le righe, si legge che addirittura scocciava entrambi.
Infatti, appena Esaù chiede a suo fratello di proseguire insieme il cammino per il ritorno alla casa paterna, Giacobbe gli risponde che dovrà preoccuparsi del passo dei bambini, rifiutandosi quindi di continuare a camminare con lui.
Prima dell’incontro, Giacobbe manda dei messaggeri da Esaù, per vedere quali fossero le intenzioni di costui verso suo fratello e dai messaggeri fa dire ad Esaù di essersi attardato fino a quel momento da Labano ed aver dimorato presso di lui.


“’Im Lavan garti va echar ‘ad atta – ho abitato con Labano e mi sono attardato fino ad ora”;
Qual è il motivo di questa precisazione di Giacobbe? Perché la cosa avrebbe dovuto interessare Esaù, se nel suo cuore c’erano soltanto rancore e spirito di vendetta nei confronti di suo fratello?
In realtà Giacobbe vuole dire qualcosa di più profondo a Esaù, riguardo al suo comportamento così lontano dall’insegnamento del loro padre Isacco e del loro nonno Abramo.
Esaù aveva totalmente abbandonato le tradizioni abramitiche, sposando donne non appartenenti al casato di Abramo, com’era invece avvenuto per Isacco e per Giacobbe.
I commentatori fanno notare che la parola “garti – ho abitato” corrisponde, nella somma delle sue lettere a 613: cioè, nonostante ho abitato per venti anni con Labano, uomo dedito al culto pagano, non mi sono fatto influenzare dalle sue credenze, mantenendo invece, l’osservanza dei precetti dell’unico D-o.
Questo a differenza di ciò che hai fatto tu, che pur avendo vissuto presso due zaddikim,come Abramo ed Isacco per più tempo di me, hai tralasciato tutto, unendoti a mogli diverse dalle nostre tradizioni e quindi dimenticando totalmente i loro insegnamenti.

Shabbat shalom