Di Marco Del Monte
La parashà di questa settimana cade sempre prima di Rosh Hashanà. Non a caso si apre con le parole: “Voi siete oggi tutti presenti/saldi (Nitzavim) davanti ad Hashem”. I Maestri leggono “oggi – hayom” come “il giorno del giudizio”: Rosh Hashanà, il momento in cui ogni creatura passa davanti a D-o per essere giudicata in Cielo.
Eppure, proprio davanti a questa prospettiva, la Torà ci consegna un segreto rivoluzionario: “Lo bashamayim hi” – “La Torà non è in cielo”. Il Talmud racconta la disputa sul forno di Achnai. Rabbi Eliezer porta mille prove a favore della sua opinione, ma non bastano. Invoca miracoli: un albero che si sradica, un fiume che torna indietro, persino una voce dal cielo che proclama: “La Halachà è come Rabbi Eliezer in ogni cosa”. Eppure, Rabbi Yehoshua si alza e risponde: “Lo bashamayim hi”. La Torà non è in cielo. La Halachà si decide sulla terra, attraverso il confronto dei Saggi e la regola della maggioranza. Non sono i miracoli a stabilire la verità, ma la responsabilità dell’uomo. La Ghemarà insegna: “Da quando è stato distrutto il Bet HaMikdash, il Santo Benedetto non ha in questo mondo che i quattro ammot di Halachà” . Un’ammah è circa mezzo metro: quattro ammot sono lo spazio vitale di una persona. Simbolicamente, essi rappresentano il perimetro minimo della vita quotidiana. È lì che oggi dimora la Shekhinà: non più in un Tempio fisso, ma nello spazio che ognuno santifica vivendo secondo la Torà. Ogni casa, ogni tavolo, ogni passo di Halachà può diventare un piccolo Santuario. Rabbi Nachman, in Likutei Moharan, aggiunge un’immagine sorprendente: Eretz Israel stesso non è solo un luogo geografico, ma ogni spazio in cui si studia Torà. Ovunque un ebreo si immerga nella parola di D-o, lì c’è Terra Promessa, lì fiorisce la Presenza Divina. E così, quando si santifica lo spazio terreno, i Maestri insegnano: “Un giudizio stabilito in basso diventa così anche in alto”. La voce del tribunale terreno diventa eco della voce celeste. Questo significa che Hashem ha legato la Sua volontà alle decisioni prese dai Chachamim. Un Bet Din che giudica con verità non stabilisce solo per le persone coinvolte ma crea una realtà che risuona anche nei cieli. Pensiamo al matrimonio: attraverso le preghiere dei Rabbanim, due anime si uniscono o riuniscono in cielo. E allo stesso modo, insegna Rabbi Nachman, se l’uomo si giudica da sé, il Cielo non ha più bisogno di giudicarlo. Il cheshbon hanefesh, il bilancio interiore, non è condanna ma liberazione: spostare il giudizio dal cielo alla terra, per trasformarlo in misericordia. Ecco perché in questo periodo è così importante il viddui, la confessione delle colpe: se il giudizio è già avvenuto qui, non occorre ripeterlo in cielo. Questo specchio in cui cielo e terra si guardano e si muovono insieme ci insegna come attaccarci ad Hashem: “Chi si lega ai Chachamim è come se si fosse attaccato alla Shekhinà stessa”. In un tempo in cui è sempre più difficile credere nell’uomo, nel maestro, e molti si allontanano dalla Torà delusi da guide imperfette, è fondamentale ritrovare la fiducia nel vero Tzaddik. Il Talmud dice che il maestro autentico deve avere l’aspetto di un angelo, altrimenti non lo si deve seguire. La Torà rimane perfetta e non deve pagare le colpe dell’uomo. Rabbi Nachman insegna che lo Tzaddik è il cuore del popolo: legarsi a lui significa ricevere linfa spirituale, imparare a trasformare i giudizi in misericordia. La voce dei veri Maestri è eco della voce di Hashem, come è scritto nella Cantica del Mare: “Ebbero fede in Hashem e nel Suo servo Mosè”. La Mishnà aggiunge: “Asé lechà Rav”. Non solo “scegli per te un maestro”, ma anche “fai di te stesso un Rav”. Ognuno di noi ha bisogno di una guida, ma ognuno deve anche imparare a guidare sé stesso: diventare luce per chi lo circonda, santificare il proprio spazio vitale, trasformare i propri quattro ammot di Halachà in un piccolo Eretz Israel. Alla vigilia di Rosh Hashanà, Nitzavim ci offre un messaggio psicologico e mistico insieme. Non viviamo in attesa di voci dal cielo: il cielo ha già consegnato la sua voce a noi. La Torà non è lontana, è qui, nelle nostre mani, nei nostri passi, nei nostri giudizi, nei nostri maestri. E se sappiamo giudicare noi stessi con verità e compassione, allora il Cielo si farà misericordioso. Se sappiamo radicarci come nitzavim, saldi e compatti, allora potremo camminare nella Halachà, trasformando ogni spazio di vita in luogo sacro.
Così, Rosh Hashanà non è solo giorno di giudizio dall’alto, ma giorno di rinascita e speranza dal basso: giorno in cui impariamo che Eretz Israel non è mai lontana, perché ovunque si studi Torà, ovunque si scelga la vita, lì si apre la Terra Promessa.
Shabbat Shalom Umevorach.