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Di Rav Alberto Sermoneta

Con la parashà di questa settimana, leggeremo le ultime tre piaghe che colpirono l’Egitto prima che il Faraone si decidesse a liberare finalmente il popolo ebraico dalla schiavitù. Nei brani che seguono, si legge in modo assai dettagliato, l’obbligo di ricordare questo evento che sconvolse il mondo dell’epoca, cioè l’uscita dall’Egitto; più volte troviamo scritto che non è tanto importante ricordare un evento quanto insegnarlo e narrarlo ai propri figli, ai propri scolari.Tutte le nostre ricorrenze sono basate sul ricordo; dallo Shabbat “zikkaron le ma’asè bereshit – in ricordo della creazione del mondo” fino alle feste di Pesach, Shavuot e Succot identificate come “feste nazionali ebraiche” in cui si fa sempre riferimento, come punto di partenza alla”jeziat mizraim - l’uscita dall’Egitto” e persino a quelle che sono le solennità di Rosh ha shanà e Kippur che hanno una identità Universale, in quanto in esse è l’Uomo che viene celebrato.

Per ognuna di esse è fondamentale la trasmissione di memoria, termine che oggi tanto è di moda, ma che per il nostro popolo è alla base della sua esistenza e sopravvivenza.La memoria è fondamentale quanto la vita sociale e identitaria di popolo, non tanto per fermarsi alla sua considerazione, quanto per fare esperienza dei fatti avvenuti nel passato.Così come per le cose liete, l’ebraismo ha sempre ammonito di ricordare, anche per quelle meno liete o particolarmente tristi.In questi ultimi giorni, in ogni programma televisivo, su ogni testata giornalistica si sente parlare di ricordo e di memoria della Shoah; il Parlamento Europeo ha finalmente deciso, da circa dieci anni (per l’Italia) di dedicare una giornata alla “memoria” di quella che fu l’offesa più grave all’Umanità tutta: la SHOAH.In ogni discorso politico-ufficiale, non si sente che ripetere da anni “MAI PIU’”; è un mai più che per noi ebrei resta sospeso in aria perché per fare in modo che certi eventi non accadano mai più, c’è bisogno di lavorare fisicamente, non soltanto con le parole ma con i fatti.Non si può dire nei bei discorsi di circostanza “MAI PIU’” e poi ignorare totalmente le necessità di cittadini che hanno esigenze diverse! Di ogni pensiero diverso, che rispetti civilmente l’opinione pubblica.A questo pproposito, nella parashà della settimana troviamo comandato di celebrare la festa di Pesach, in ricordo dell’avvenuta liberazione dalla schiavitù, di astenersi dal cibarsi pane e mangiare al suo posto le azzime, chiamate il “pane dell’umiltà” come simbolo di libertà. E’ libero colui che si pone e si dispone con umiltà davanti al suo prossimo, ascoltandone le necessità e lasciando a lui lo spazio necessario per testimoniarle. Come motivazione è sempre addotta quella del riguardo per gli schiavi e per gli stranieri, in quanto “ti ricorderai che schiavo fosti in Terra d’Egitto”, per questo motivo il Signore terrà conto del tuo comportamento nei suoi confronti.E’ nostro dovere fare in modo che le generazioni che non erano presenti a quegli eventi, vengano istruite, come se essi stessi in prima persona li avessero vissuti, proprio nello stesso modo di come noi facciamo nel celebrare la festa di Pasach, leggendo la Haggadà e coinvolgendo i nostri figli. Soltanto la memoria di ciò che fu ci garantisce la Libertà e la salvezza dall’oppressore!

Shabbat shalom