Questo sito usa i cookie di terze parti per migliorare i servizi e analizzare il traffico. Le info sulla tua navigazione sono condivise con queste terze parti. Navigando nel sito accetti l'uso dei cookie.


Di Rav Alberto Sermoneta

Nella parashà della scorsa settimana, la Torà ci illustra in modo accurato e dettagliato le regole per la costruzione del Mishkan; la parashà di Tezzavvè, ci racconta invece degli abiti che dovevano indossare i Cohanim, e il Cohen Gadol - il Sommo Sacerdote, durante le cerimonie cultuali che si svolgevano nel Tempio.
I tipi diversi di tessuti e i colori distinguevano le cerimonie e scandivano i momenti della vita
del Tempio, così come gli abiti indossati dal Cohen Gadol, lo distinguevano del resto dei
suoi fratelli Cohanim.

Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà che leggeremo questo shabbat inizia con un particolare inconsueto, quello di non pronunciare mai il nome di Mosè.
Questa cosa, non accade mai nella Torà sin dalla sua nascita fino alla sua morte, in quanto Mosè è colui al quale è comandato da D-o di rivolgersi al popolo, per qualsiasi occasione.
Più volte si è analizzata questa inconsueta problematica, dicendo di far riferimento al suo dialogo con il Signore, che mette in pericolo la sua vita pur di far perdonare e salvare il popolo dal castigo divino, in occasione del “vitello d’oro” .
Secondo il grande commentatore Abravanel, la Torà dedica ogni cosa al suo interessato e quindi il Signore parla a Mosè dicendogli di rivolgersi a colui al quale è indirizzata una certa mizvà.


Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà inizia con qualcosa di particolarmente strano, che non si avvera mai in tutto il Pentateuco dal libro dell'Esodo fino alla fine del Deuteronomio e cioè, la mancanza assoluta, in questa parashà, del nome di Mosè.
Essa inizia con le parole: “Veattà tezzavvè el benè Israel” “E tu ordina ai figli di Israel.....ecc.” e va avanti senza mai più menzionare il nome di Mosè.
È qualcosa di particolarmente inconsueto, che tanto dà da discutere ai nostri Maestri dell'esegesi; infatti noi, leggendo tutta la Torà, siamo abituati a vedere sempre scritto “vaidabber A' el Moshè” oppure “va jomer A' el Moshè” e così via dal libro di shemot, in cui viene descritta la sua nascita, a quello di Devarim, alla cui fine viene descritto il momento della sua morte.

Di Rav Alberto Sermoneta

Lo Shabbat che precede la festa di Purim è il secondo dei “sabati segnalati” ed è conosciuto con il nome di Shabbat Zakhor.
In esso si leggono due sifrè Torà: nel primo si legge la parashà della settimana (nel caso di quest'anno quella di Tezzavvè) nel secondo sefer, invece si legge il cap.29 vv. 17-19 del libro del Deuteronomio, in cui si parla dell'obbligo di ricordare Amalek.
Amalek è stato il primo nemico del popolo ebraico, cioè colui che ha attaccato il popolo neonato, nelle sue retroguardie, colpendo donne, bambini, vecchi e malati.
Quest'atteggiamento inaugurato da Amalek, si è rivelato nel corso dei millenni di storia del nostro popolo un escamotage assai diffuso per colpire il popolo ebraico.
Da Amalek alla modernità, tutti coloro che sono stati i nemici più famosi del nostro popolo hanno usato questa tattica, per tentare lo sterminio degli Ebrei.