Questo sito usa i cookie di terze parti per migliorare i servizi e analizzare il traffico. Le info sulla tua navigazione sono condivise con queste terze parti. Navigando nel sito accetti l'uso dei cookie.


Di Rav Alberto Sermoneta

Shabbat teshuvà
“Va jelekh Moshè - ...E andò Moshè” I maestri dell'esegesi si chiedono perché questa parashà inizi proprio con queste parole: la risposta è chiaramente una conseguenza della domanda.
La Torà, con questa e le altre due ultime parashot, ci racconta gli ultimi momenti della vita di Moshè che ebbe la forza di portare un gruppo di uomini, schiavi da quattrocento anni in Egitto, fuori dal paese , liberandoli da una schiavitù morale e fisica, facendoli divenire un popolo.
Egli insegnò loro le regole fondamentali del comportamento civile, rispetto anche alla società che in seguito avrebbero dovuto costituire.

Nonostante la sua grandezza e la pazienza, degna del Maestro di tutto il popolo di Israele, anch'egli è chiamato dal Signore e costretto ad accomiatarsi da essi; eppure questo grande uomo si reca da ogni ebreo, uno ad uno per salutarli, prima di morire.
Prima comunque di lasciarli definitivamente, deve pubblicamente nominare il suo successore Giosuè, facendo si che tutti vedano che questa nomina è voluta da D-o.
E' una parashà commovente, ma allo stesso modo deve porci nella condizione di riflettere profondamente sul senso della nostra vita.
Ogni essere umano è destinato ad abbandonare questo mondo; questa è l’unica cosa certa della nostra vita: chi prima, chi dopo il nostro destino è quello di non essere eterni su questa terra.
Il pirkè avot ci insegna che:
“Ha olam ha zè domè lifrozdor – atken azmekhà kedè le hiccanes ba triklin – Questo mondo è paragonato ad una sala d'aspetto – preparati ad entrare nella sala del banchetto”.
Non c'è dubbio che questo insegnamento è una metafora che ci insegna che tutto ciò che noi facciamo in questo mondo, durante la nostra vita, non è altro che la base per la vita futura (l'aldilà).
Non conta quanto tempo abbiamo vissuto, né quanta ricchezza abbiamo messo da parte; tutto ciò che è materiale viene lasciato, ciò che conta sono la Torà che abbiamo osservato e le opere buone che abbiamo compiuto, affinché nella “sala del banchetto” potremo essere giudicati per quello.
Ma ancor di più conta quanto insegnamento abbiamo lasciato a chi verrà dopo di noi.
Non vi è ombra di dubbio che questa parashà si addice perfettamente alla settimana in cui essa viene letta: gli aseret jemè teshuvà – i dieci giorni di ritorno; quei giorni che intercorrono tra Rosh ha shanà e Jom Kippur.
Moshè è stato il Maestro del popolo ebraico, colui che con somma pazienza si è recato dal popolo, insegnandogli ad uno ad uno le mizvot e facendo sì che essi le comprendessero e le acquisissero, facendole qualcosa di proprio.
Questo è l'esempio che ogni ebreo deve seguire nei confronti dei propri figli e dei propri discepoli.
La teshuvà e il conseguente comportamento da tenere come ebrei è all'insegna della riflessione interiore, per poter comprendere quali sono le cose che ci danneggiano e, ancor più danneggiano chi ci vive vicini, facendo si che essi, imparando dal nostro comportamento, non possano sbagliare, confondendo le cose materiali, come il massimo delle nostre aspirazioni.
“Be shaat petiratò shel adam en mellavin otò, lo kesef velò zahav velò margaliot tovot, ellà Torà u maasim tovim – Nel momento della dipartita di un uomo, non lo accompagnano né oro né argento, né pietre preziose ma l'osservanza dei precetti e le opere buone” (pirkè avot).
Questo shabbat è uno dei pochissimi sabati che prende il nome non dalla parashà che in esso si legge, ma dalla haftarà; è chiamato infatti Shabbat Shuva, poiché la haftarà che leggeremo inizia con le parole “Shuva Israel ad A' Elo-hekha – Torna Israel fino al Signore D-o tuo”.
Il dovere di ogni ebreo in ogni giorno dell'anno è quello di fare teshuvà e pentirsi di tutte le sue cattive azioni “shuv jom echad lifnè mittatakh – ritorna (pentiti) un giorno prima della tua morte” poiché a nessuno è dato di sapere quale sia il giorno della propria morte, abbiamo il dovere di fare teshuvà ogni giorno della nostra vita.
In questo periodo – fra Rosh ha shanà e Kippur però, il nostro dovere è quello di porci al cospetto divino e fare un serio ed onesto esame di coscienza, individuando ciò che abbiamo fatto di buono e di non buono, facendo che il buono prevalga sul non buono.
“Grande è il dono della teshuvà!” Insegnano i nostri Maestri, perché grazie ad essa possiamo esser certi che il Signore perdona anche le nostre malefatte.
La teshuvà deve essere una cosa materiale, ossia: una cosa fatta con le azioni e non con i proponimenti per essere considerata valida. Sostengono ancora i Maestri che basta soltanto dire che si vuol fare teshuvà, che il processo inizia automaticamente, senza indugio e senza ritorno indietro perché la nostra volontà di fare teshuvà è più forte di ogni altra cosa.
“Dirshù A' be himmazzeò – Cercate il Signore nel Suo farsi trovare!” Tuona il Profeta Isaia. Basta fermarsi e guardarsi intorno dalle nostre malefatte che il Signore Iddio è già disposto a venirci incontro, aiutandoci a compiere pienamente quella grande opera.
Questo è il nostro destino – prima o poi – ognuno di noi è portato alla teshuvà facendo il bene per se stesso e per il proprio prossimo.

Auguro a tutti voi un caloroso shabbat shalom e un ghemar chatimà tovà.