Di Marco Del Monte
La Parashat Emor ci pone di fronte a un paradosso fondamentale: l’essere umano è un’entità singola, libera e responsabile, eppure le sue azioni risuonano in un corpo collettivo che non può prescindere da lui. In un tempo scandito dal conteggio dell’Omer e dalla speranza di Pesach Sheni, la Torah ci offre alcune chiavi di lettura per navigare la complessità del presente.
All'inizio della Parashà, la Torah si rivolge ai Kohanim con restrizioni uniche. Questo principio potrebbe essere esteso anche a noi oggi: sebbene la Torah ponga restrizioni specifiche sul Kohen, tutti noi siamo chiamati “Mamlechet Kohanim-Regno di Sacerdoti”: singolo e contemporaneamente collettività.
Come per l’osservanza di tutte le Mitzvot, la disciplina che assumiamo non è un limite alla nostra libertà, ma il presupposto della nostra funzione: come il Kohen, accettiamo standard più elevati perché la condotta rappresentativa deve essere un faro che orienta il cammino comune. Chiunque sia identificato come parte di un'idea o di un popolo sacro perde il lusso della "privacy morale". In tempi in cui si osserva e si giudica un popolo con occhio decisamente critico, ogni gesto del singolo smette di essere privato e diventa un messaggio pubblico. La santificazione (Kiddush Hashem) o la profanazione (Chilul Hashem) del Nome, argomenti con cui si apre e chiude la parashà, spesso non dipendono dall'intenzione di chi agisce, ma dalla percezione di chi guarda. Essere "scelti" significa accettare che la nostra libertà individuale è legata a doppio filo al destino di tutti i nostri fratelli.
Verso la fine della Parashà troviamo un principio cardine: "Vi sarà per voi un'unica legge (Mishpat Echad), tanto per il forestiero quanto per il cittadino". Astrattamente, questo ci ammonisce contro la tentazione di un sistema che usi pesi e misure variabili in base all'identità di chi è giudicato. Quando il rigore della legge viene applicato con sproporzione, la giustizia stessa si corrompe. Si dovrebbe saper riconoscere questa distorsione: non si tratta di giustificare l'errore, ma di pretendere che la bilancia non sia truccata dal pregiudizio. La lealtà verso il fratello non è cecità verso il suo sbaglio, ma pretesa di onestà nel giudizio.
Oggi, celebrando Pesach Sheni, riflettiamo sul concetto del "recupero". Sebbene la Parashà si chiuda con il rigore del caso del bestemmiatore, il calendario ebraico inserisce simultaneamente l'opportunità per chi era "lontano o impuro" durante Pesach di rientrare nel patto un mese dopo. Questo ci insegna che si ha il dovere di ribadire con fermezza i propri confini etici, d’altronde non si dovrebbe mai recidere il legame con l'anima che inciampa. Se un dito si ferisce, tutto il corpo soffre; emarginarlo non guarisce la ferita: tagliare il dito ferito non toglie il dolore al corpo, ne aggiunge. Quando si tende a generalizzare l'errore di uno per colpire molti, la risposta è la coesione. Una coesione che non nasconde il male, ma che rifiuta di lasciare che il mondo definisca chi siamo attraverso le nostre cadute. Come ci insegnano gli allievi di Rabbi Akiva in questo tempo di Omer, ricordiamoci che la nostra forza risiede nell'onore reciproco e nella consapevolezza che ognuno di noi, con la propria condotta, è il custode del Santuario comune.
Chi si eleva allo status di Cohen diviene lo strumento attraverso cui passa la Benedizione verso il mondo; ma, nel farsi canale, egli resta pur sempre il primo a riceverla.
Yevarechechà H” VeIshmerecha…
Shabbat Shalom