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Di Rav Alberto Sermoneta

"Una donna che partorisce un maschio, sarà impura per sette giorni e all'ottavo giorno circonciderà la carne del suo prepuzio".
Così inizia la prima delle due parashot che leggeremo questo shabbat.
È la codificazione del "berit milà" istituito fra D-o e Abramo nostro padre. È la prima e l'unica volta che troviamo nella Torà, questo comandamento.
È curioso pensare che la milà, forse l'unica mizvà osservata da tutti gli ebrei, sia comandata una sola volta, in tutto il testo della Torà.

Eppure, nel Talmud è detto che se la mizvà della milà si trovasse su un piatto della bilancia e tutte le altre mizvot sull'altro, sarebbe la milà a pesare più di tutte.
I maestri della Cabalà sostengono che, Abramo, davanti all'ingresso del Gan Eden, all'arrivo delle anime, controlla la milà, e soltanto in quel caso dà accesso all'interno di esso.
Allora, come mai la Torà comanda in modo così, questa mizvà.
La tradizione della milà è qualcosa che viene osservata da secoli, prima dell'arrivo degli ebrei in Egitto i quali, nonostante le ristrettezze dovute alla schiavitù, non si sottrassero a circoncidere i loro figli.
Così come, nella modernità nonostante le leggi razziali del 1938, difficilmente non si circoncidevano i figli maschi.
Questo significa che, quando una tradizione è consolidata fra la gente, basta soltanto ricordarglielo per far si che sia attentamente osservata.
Il problema sta per quelle mizvot che non vengono osservate, che la Torà insiste più volte nel comandarle.
Repetita juvant, ammonivano i latini; tov shenaim me echad - meglio due volte di una, insegnano i chachamim.

Shabbat shalom