
Di Marco Del Monte
Shabbat Hagadol
C’è una domanda che attraversa questo Shabbat HaGadol e la Parashà di Tzav come un filo nascosto: che cosa lega il fuoco dell’altare alla matzà che mangeremo tra pochi giorni? Che cosa unisce il Kohen che serve con precisione nel Bet HaMikdash e l’ebreo che, stanco e affaticato, pulisce casa per Pèsach?
La risposta è una parola sola: “Tzav”. I Maestri spiegano che l’espressione “Tzav-Ordina” descrive un linguaggio di zelo, di prontezza, nel tempo immediato e per tutte le generazioni. Non è un comando qualsiasi: è una richiesta di raccoglimento di energie e di passaggio all’ azione, senza esitazione. Rashi ci insegna che questa sollecitudine è richiesta soprattutto dove c'è uno sforzo fisico o una perdita materiale. Siamo tutti immersi nella fatica delle pulizie, nel rigore della ricerca del Chametz, nelle numerose spese e spesso ci sentiamo fisicamente e psicologicamente provati. Eppure, proprio in questa "stanchezza" si nasconde il segreto della trasformazione. Il legame tra l'azione solerte e la natura stessa della festa emerge da un gioco di lettere profondo che troviamo nel testo della Torah. La parola Matzot מצות, è graficamente identica alla parola Mitzvot מצות. Questo ha portato i Maestri a formulare un principio di vita fondamentale: come non dobbiamo lasciare che l'impasto della Matzà lieviti, inacidisca (Leachmitz), così non dobbiamo permettere che una Mitzva "inacidisca" nelle nostre mani. Se un'opportunità di bene ci si presenta, dobbiamo afferrarla con la Zerizut-solerzia di cui parla la nostra Parashà. Esiste un confine sottile, un margine di 18 minuti, che separa la Matzà (il pane dell'umiltà) dal Chametz (il pane dell'orgoglio, lo Yetzer Harà). È affascinante notare che il numero 18 corrisponde alla parola Chai, Vita. Finché agiamo con calore e prontezza, restiamo nello spazio della “vitalità spirituale”, finchè inforniamo la matzà entro 18 minuti nel fuoco del nostro cuore cioè dell’altare, bruceremo la Yetzer Harà; se invece permettiamo alla pigrizia, alla pesantezza, alla stanchezza di subentrare, superiamo quel confine, e la nostra azione perde la sua freschezza, diventando "lievitata”. Questo implica spesso uno sforzo immane, facendoci sentire a volte “spezzati dalla fatica” ma è proprio qui che avviene il miracolo. Questa dinamica si manifesta in modo dirompente durante il rito di Yachatz, quando spezziamo la Matzà di mezzo. La parola Matzà ha un valore numerico di 135. I maestri ci insegnano che le due metà non devono essere uguali ma una più piccola e l’altra più grande. Se volessimo dividere in due il numero 135, in una parte più grande ed una più piccola, avremmo necessariamente due numeri: in una parte da 68 e una da 67. Perché questo? Qui la mistica incontra la psicologia della crescita e ci risponde: 68 è la ghematria di “Chayim-Vite”, mentre 67 è la Ghematria di “Tovim-Buone”. L'insegnamento che ne deriva è che solo attraverso la "rottura" — quel momento in cui ci sentiamo spezzati dalla fatica o messi alla prova — nascono i “Chayim Tovim Le buone vite” (non a caso al plurale), una vita materiale e spirituale realmente buona. Questo ci insegna che il tesoro più grande della nostra esistenza si trova proprio in ciò che abbiamo faticato a conquistare, in quella parte di noi che abbiamo dovuto "rompere" attraverso il lavoro su noi stessi. Pertanto, quando ci sentiamo distrutti dalla fatica dei preparativi, quando lo sforzo per rendere la nostra casa Kasher sembra superare le nostre forze, dobbiamo guardare alla Parashat Tzav e all'altare del Mishkan. Il fuoco doveva bruciare perennemente e il sacerdote doveva iniziare la giornata con compiti molto faticosi. Allo stesso modo, le pulizie di Pesach ci trasformano in un Cohen che innalza il sacrificio avvicinandosi sempre più ad Hashem. I maestri della Kabbala ci insegnano che le nostre trasgressioni sono scritte sulla nostra fronte; il sudore dei preparativi della Mitzvà cancella ogni traccia dell’inchiostro della colpa, lasciando la nostra fronte e la nostra anima splendide, come la casa quando entra pesach. Essere "spezzati" come la Matzà di Yachatz non è un segno di debolezza, ma la condizione necessaria affinché la luce possa entrare nelle nostre fessure. In questo Shabbat HaGadol, impariamo a trasformare mentalmente ogni gesto di fatica in un atto di purificazione e santità, consapevoli che entro quei "18 minuti" di vitalità stiamo costruendo non solo una festa, ma una vita nuova, vibrante e finalmente libera dall'acido e dalla fermentazione dello Yetzer Harà, del male. Che il merito di questo sforzo possa portarci a vivere un Pesach di vera gioia e di Chayim Tovim.
Shabbat shalom