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Di Rav Alberto Sermoneta

Shabbat zakhor

La parashà di Tezzavvè, contiene una serie di regole per la creazione degli abiti sacerdotali.

Di Rav Alberto Sermoneta

"E tu, comanda ai figli di Israele...." 
L'unico accenno alla persona di Moshè, che troviamo nella nostra parashà è soltanto questo: "attà - tu". 

Di Rav Alberto Sermoneta

Un proverbio particolarmente vicino alla nostra epoca, ma assai antico suona con le parole: "l'abito non fa il monaco", usato per indicare che molte volte una persona ci appare in modo opposto a come realmente è.
La Torà però, con la parashà che leggeremo questo shabbat, testimonia esattamente l'opposto di ciò che abbiamo detto nel commentare il proverbio; potremmo dire quindi che l'abito fa il Cohen e addirittura fa il Cohen gadol.
I cohanim semplici indossavano, durante il servizio al Tempio quattro abiti, mentre il cohen gadol ne indossava otto.


Di Rav Alberto Sermoneta  
Shabbat Zakhor

Un famoso proverbio ebraico romano insegna: “Tezzavvè, Purim se ne viè Ki tissà, Purim se ne va”- la festa di Purim infatti, si trova a cavallo di queste due parashot.
Nella parashà che leggeremo questo shabbat per la prima volta si verifica una cosa che dall'inizio del libro di Shemot fino alla fine del libro di Devarim, non accadrà mai più: non viene mai menzionato il nome di Moshè.
 Eppure è lui che ha scritto tutta la Torà ed è a lui che è diretto l'imperativo divino, all'inizio proprio della parashà: “Veattà tezzavvè – E tu comanda...”; per tutto il resto mai, nemmeno una sola volta troviamo nominato il nome Moshè.


Di Rav Alberto Sermoneta

Nella parashà della scorsa settimana, la Torà ci illustra in modo accurato e dettagliato le regole per la costruzione del Mishkan; la parashà di Tezzavvè, ci racconta invece degli abiti che dovevano indossare i Cohanim, e il Cohen Gadol - il Sommo Sacerdote, durante le cerimonie cultuali che si svolgevano nel Tempio.
I tipi diversi di tessuti e i colori distinguevano le cerimonie e scandivano i momenti della vita
del Tempio, così come gli abiti indossati dal Cohen Gadol, lo distinguevano del resto dei
suoi fratelli Cohanim.

Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà che leggeremo questo shabbat inizia con un particolare inconsueto, quello di non pronunciare mai il nome di Mosè.
Questa cosa, non accade mai nella Torà sin dalla sua nascita fino alla sua morte, in quanto Mosè è colui al quale è comandato da D-o di rivolgersi al popolo, per qualsiasi occasione.
Più volte si è analizzata questa inconsueta problematica, dicendo di far riferimento al suo dialogo con il Signore, che mette in pericolo la sua vita pur di far perdonare e salvare il popolo dal castigo divino, in occasione del “vitello d’oro” .
Secondo il grande commentatore Abravanel, la Torà dedica ogni cosa al suo interessato e quindi il Signore parla a Mosè dicendogli di rivolgersi a colui al quale è indirizzata una certa mizvà.


Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà inizia con qualcosa di particolarmente strano, che non si avvera mai in tutto il Pentateuco dal libro dell'Esodo fino alla fine del Deuteronomio e cioè, la mancanza assoluta, in questa parashà, del nome di Mosè.
Essa inizia con le parole: “Veattà tezzavvè el benè Israel” “E tu ordina ai figli di Israel.....ecc.” e va avanti senza mai più menzionare il nome di Mosè.
È qualcosa di particolarmente inconsueto, che tanto dà da discutere ai nostri Maestri dell'esegesi; infatti noi, leggendo tutta la Torà, siamo abituati a vedere sempre scritto “vaidabber A' el Moshè” oppure “va jomer A' el Moshè” e così via dal libro di shemot, in cui viene descritta la sua nascita, a quello di Devarim, alla cui fine viene descritto il momento della sua morte.