7 Ottobre 2026
Comunità Ebraica di Bologna
Presidente Daniele De Paz
Amiche ed amici,
Shalom.
ב"ה
Sono trascorsi tre anni dal 7 ottobre 2023. Tre anni da quella mattina di Simchat Torah nella quale uomini armati entrarono nelle case, nei kibbutz, nelle strade e in un festival musicale per uccidere, violentare, rapire. Tre anni nei quali abbiamo pianto le vittime, atteso il ritorno degli ostaggi, sofferto per una guerra terribile e per tutte le vite innocenti che ha travolto.
Ma oggi, accanto al dolore per ciò che accadde quel giorno, dobbiamo parlare anche di ciò che è accaduto dopo.
Perché il 7 ottobre non è stato soltanto un massacro.
È diventato anche il terreno sul quale si sta combattendo una battaglia sulla verità, sulla memoria e sul significato stesso delle parole.
Lo scorso anno, proprio da qui, denunciammo il rischio che si fossero rotti gli ultimi argini della decenza.
Oggi dobbiamo constatare, con amarezza, che quegli argini non sono stati ricostruiti.
Abbiamo assistito progressivamente al ribaltamento della realtà: il massacro è stato relativizzato, contestualizzato fino quasi a giustificarlo; le vittime sono diventate responsabili di ciò che hanno subito; e coloro che hanno compiuto quella strage vengono talvolta descritti come combattenti, partigiani, addirittura come protagonisti di una nuova "Resistenza".
No.
Su questo dobbiamo essere molto chiari.
Si può manifestare per il popolo palestinese.
Si può criticare duramente il Governo israeliano.
Si possono contestare le sue decisioni politiche e militari.
Si può discutere del futuro di Israele e della Palestina, e noi stessi possiamo avere opinioni profondamente diverse.
Ma una democrazia deve ancora essere capace di tracciare un confine.
Il terrorismo non è Resistenza.
Il massacro di civili non è lotta di liberazione.
Il rapimento di bambini e anziani non è un atto politico.
E soprattutto, ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre non può cambiare retroattivamente ciò che è accaduto il 7 ottobre.
Quella mattina uomini, donne, bambini e anziani furono assassinati e rapiti. Erano vittime allora. Restano vittime oggi.
Eppure la cosa che più dovrebbe preoccuparci è che questo ribaltamento non appartiene ormai soltanto alle frange estremiste. Lo ritroviamo in pezzi della politica, del sindacato, delle amministrazioni, dell'associazionismo. Lo incontriamo nel mondo della cultura e dell'informazione. E, cosa ancora più grave, lo incontriamo nelle scuole e nelle università, proprio nei luoghi nei quali dovrebbero essere insegnati il metodo, la complessità e il rispetto dei fatti.
Bologna ha conosciuto direttamente le conseguenze di questo clima. Abbiamo visto manifestazioni degenerare, intimidazioni, violenza, una città ostaggio di gruppi che ritengono che la propria causa autorizzi comportamenti che nessuna causa può autorizzare.
E troppo spesso la politica ha preferito osservare. Alle Forze dell'Ordine è rimasto il compito di gestire nelle strade le conseguenze di ciò che altri non hanno avuto il coraggio di condannare politicamente.
Questo deve interrogarci. Perché quando una società non riesce più a distinguere tra dissenso e intimidazione, solidarietà e giustificazione del terrorismo, libertà di espressione e celebrazione della violenza, il problema non riguarda più soltanto gli ebrei.
Riguarda la qualità della nostra democrazia.
Ed è in questo contesto che dobbiamo guardare anche al dibattito parlamentare sul disegno di legge per il contrasto all'antisemitismo.
Consideriamo importante che il Parlamento italiano senta la necessità di affrontare un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni e forme che non possono più essere sottovalutate.
Ed è importante che il legislatore provi a fornire alle istituzioni strumenti per riconoscerlo, prevenirlo e contrastarlo. Ma proprio per questo esprimiamo una preoccupazione.
Non vorremmo che persino la lotta all'antisemitismo venisse fagocitata dalla stessa contrapposizione ideologica che sta avvelenando il dibattito pubblico.
L'antisemitismo non può essere di destra quando lo denuncia la sinistra e di sinistra quando lo denuncia la destra. Non può essere riconosciuto soltanto quando proviene dall'avversario politico e relativizzato quando attraversa il proprio campo.
Ce lo ha ricordato recentemente Emanuele Fiano. Contrastare l'antisemitismo non può essere una bandiera di parte. Dovrebbe essere uno di quei terreni sui quali una democrazia ritrova, al di là delle appartenenze, un proprio linguaggio comune.
E soprattutto non può essere trasformato nell'ennesimo terreno sul quale combattere, per interposta persona, il conflitto israelo-palestinese.
L'antisemitismo riguarda gli ebrei italiani.
Riguarda la loro sicurezza.
Riguarda la loro libertà di vivere apertamente la propria identità.
E riguarda la democrazia italiana.
Per questo auspichiamo che il Parlamento sappia affrontare questa legge sottraendola alla propaganda e alle convenienze politiche del momento.
Una buona legge contro l'antisemitismo non deve impedire la critica a Israele. Deve permettere, invece, di riconoscere quando la critica a Israele cessa di essere critica politica e diventa demonizzazione degli ebrei, negazione del loro diritto all'autodeterminazione, applicazione di doppi standard, intimidazione delle Comunità ebraiche italiane.
Perché noi siamo cittadini italiani. E non possiamo accettare che un ragazzo ebreo italiano debba rispondere delle decisioni del Governo israeliano per poter entrare serenamente in un'università. Non possiamo accettare che una Comunità Ebraica debba essere chiamata a prendere posizione su un conflitto internazionale per meritare solidarietà quando viene minacciata. E non possiamo accettare che agli ebrei venga implicitamente chiesto di dissociarsi da Israele per essere considerati ebrei accettabili.
Questa non è critica politica. È un meccanismo antico, che oggi utilizza parole nuove.
Tre anni dopo il 7 ottobre dobbiamo allora chiederci che cosa vogliamo ricordare.
Certamente le vittime. Certamente l'orrore di quella giornata. Ma dobbiamo ricordare anche ciò che quella giornata ci ha insegnato.
Ci ha insegnato quanto rapidamente una società possa perdere la capacità di distinguere i fatti dalle narrazioni. Quanto rapidamente l'odio possa diventare linguaggio ordinario.
E quanto sia pericoloso quando la violenza, purché esercitata contro qualcuno che abbiamo deciso essere il nemico, comincia ad apparirci comprensibile, giustificabile, persino eroica.
Per questo oggi non chiediamo solidarietà acritica verso Israele.
Chiediamo qualcosa di molto più semplice e, forse, molto più difficile: chiediamo onestà.
Onestà nel distinguere la critica dall'odio.
Onestà nel riconoscere il dolore palestinese senza cancellare quello israeliano.
Onestà nel difendere il diritto dei palestinesi a un futuro senza negare quello degli israeliani.
Onestà nel riconoscere che non esiste pace costruita sulla negazione dell'altro.
E soprattutto chiediamo che il 7 ottobre rimanga il 7 ottobre.
Che non venga riscritto. Che non venga trasformato. Che non venga utilizzato per costruire una nuova mitologia politica nella quale gli assassini diventano eroi e le vittime scompaiono dalla storia.
Noi continuiamo a credere nella possibilità della convivenza. Continuiamo a credere che israeliani e palestinesi abbiano diritto a vivere, ciascuno nella propria terra, nella sicurezza e nella dignità. Continuiamo a credere nel dialogo proprio perché conosciamo il prezzo dell'odio. Ma il dialogo non nasce dalla cancellazione della verità.
Nasce dal suo riconoscimento.
Perché senza verità non esiste memoria.
Senza memoria non esiste responsabilità.
E senza responsabilità non può esistere alcuna pace.
Che il ricordo delle vittime del 7 ottobre sia di benedizione.
E che dalla loro memoria possiamo trovare la forza non per alimentare altro odio, ma per difendere la verità, la dignità dell'uomo e la possibilità, ancora, di costruire un futuro di convivenza.
Shalom.