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Comunità Ebraica di Bologna Kehillah di Bologna

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Shabbat Succot (26-27 settembre 2026)

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Di Marco Del Monte

Guardare il Cielo

Ci sono notti nelle quali dovremmo ricordarci di alzare gli occhi.

Viviamo quasi sempre sotto soffitti solidi. Costruiamo muri, chiudiamo porte, programmiamo il domani. Abbiamo bisogno di sentirci protetti. Eppure, una volta all’anno, proprio quando abbiamo terminato i giorni solenni di Rosh haShanà e Kippur, la Torà ci chiede un gesto sorprendente: esci di casa ed entra in una capanna. Una dimora fragile, temporanea, coperta di rami.

E sopra quei rami, il cielo…

Forse è questo uno dei messaggi più belli di Sukkot: per ricordarci ciò che davvero ci sostiene, qualche volta dobbiamo uscire da ciò che crediamo ci sostenga.

La Torà comanda: «Nelle sukkot dimorerete per sette giorni». E il Talmud discute cosa fossero quelle sukkot del deserto: secondo Rabbì Akivà erano capanne reali; secondo Rabbì Eliezer erano le Ananè haKavod, le Nubi della Gloria, manifestazione della protezione divina.Forse le due immagini, lette insieme, raccontano qualcosa di straordinario. Fuori, una capanna. Sopra, le Nubi della Gloria. La struttura può essere fragile, ma ciò che ci avvolge non lo è. Sukkot non ci promette una vita senza vento. Non ci dice che nulla cambierà, che nessun progetto verrà sconvolto, che ciò che oggi possediamo sarà nostro per sempre. Ci insegna qualcosa di più profondo: anche quando le pareti tremano, non siamo abbandonati. E forse per questo Sukkot è chiamata proprio Zeman Simchatenu, il tempo della nostra gioia. Non perché tutto sia stabile, ma perché abbiamo scoperto che la gioia non dipende dalla stabilità di tutto ciò che ci circonda. E nella sukkà non siamo soli. Il Talmud pronuncia una frase meravigliosa: «כל ישראל ראויים לישב בסוכה אחת» — tutto Israele è degno di sedere in un’unica sukkà (Sukkà 27b). È un'immagine potentissima di comunità.

Sotto lo stesso sechach-tetto entrano persone differenti, storie differenti, generazioni differenti. Nessuno deve cessare di essere se stesso. Semplicemente, per qualche giorno impariamo che possiamo guardare lo stesso cielo. Forse abbiamo bisogno proprio di questo. Di sederci un poco più vicini. Di parlare un poco meno e ascoltarci un poco di più. E, ogni tanto, di alzare insieme gli occhi. Perché attraverso i rami della sukkà vediamo le stelle e comprendiamo che non tutto ciò che è fragile è debole, e non tutto ciò che è solido è eterno. Le nostre case passeranno. Le nostre sicurezze cambieranno. Anche la sukkà, tra pochi giorni, verrà smontata. Ma il cielo resterà. E finché sapremo alzare gli occhi, stringerci gli uni agli altri e ricordare Chi è sopra di noi, avremo sempre una Casa.

Shabbat Shalom e Chag Sukkot Sameach.