Questo sito usa i cookie di terze parti per migliorare i servizi e analizzare il traffico. Le info sulla tua navigazione sono condivise con queste terze parti. Navigando nel sito accetti l'uso dei cookie.


Di Rav Alberto Sermoneta

“Pinechas figlio di El’azar figlio di Aaron il sacerdote ha fatto tornare in me l’ira da mezzo al popolo, nel vendicarmi in mezzo a loro e per questo non ho sterminato i figli di Israele a causa della mia ira”.
Inizia con queste parole la parashà di questo shabbat;  parashà che prende il nome da questo uomo , Pinechas appunto, nipote di Aaron, il sommo sacerdote, il quale era insorto uccidendo un uomo ebreo che stava facendo idolatria con una prostituta moabita.
La storia ci viene raccontata alla fine della parashà di Balak, che abbiamo letto la settimana scorsa; perché mai la Torà torna ad affrontare questo argomento?

Si dice che molti uomini si salvino a causa del merito dei loro padri o dei loro nonni; addirittura noi, popolo di Israel, ci appelliamo, per essere salvati al “zekhut avot – il merito dei Patriarchi”.
Pinechas era figlio di El’azar, attuale sommo sacerdote e di Aaron, il quale era amato da tutto il popolo di Israele; era figlio di persone importanti, autorità del popolo, ma che avevano anche dei meriti particolarmente cari.
Egli avrebbe potuto appellarsi ai meriti di suo padre e di suo nonno, per essere grato al Signore; mentre invece il Signore gli riconosce dei meriti particolari, che egli stesso si è conquistato, grazie all’azione fatta in modo plateale, trafiggendo l’ebreo e la prostituta che in mezzo al popolo, facevano sesso ed idolatria.
Molti rabbini criticano l’operato di Pinechas, adducendogli la colpa di protagonismo o di eccesso di zelo, che avrebbe potuto riversarsi negativamente contro il popolo stesso.
Mosè, non parla mentre è il Signore stesso che lo fa meritevole di averLo vendicato, nei confronti di chi Lo aveva invece profanato.
Quale è realmente il motivo dell’azione di Pinechas, non ci è dato di sapere; alcuni lo vogliono zelante “le shem Shamaim” esclusivamente a titolo gratuito, quindi per vendicare l’onore del popolo ebraico e per innalzare l’unicità divina.
Altri, meno perbenisti, vedono in questo un gesto dimostrativo; egli vuole dimostrare ai “capi” del popolo, a Mosè e ad El’azar sommo sacerdote e suo padre, che è in grado di prendere le redini della conduzione del popolo, sia come condottiero spirituale (sommo sacerdote) che come guerriero (Giosuè o Mosè fino a quel momento).
Mosè invece non parla davanti a questo fatto, perché sa bene che un leader, un Maestro, non può cadere nella trappola dell’essere zelante, ma la conduzione di un popolo, soprattutto del popolo ebraico, deve essere all’insegna della pazienza e della diplomazia.
Pensiamo soltanto alle volte in cui Mosè sopporta le lamentele del popolo, cercando di dissuaderli da manifestazioni violente, mentre l’unica volta in cui ha avuto una reazione “violenta” è stato gravemente punito, proibendogli di entrare nella terra di Israele.