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Di Rav Alberto Sermoneta

La parashà inizia con le lodi che il Signore tesse per Pinechas, il quale attraverso il suo comportamento zelante, riporta l’ordine morale in mezzo all’accampamento del popolo di Israele, uccidendo pubblicamente coloro che si erano macchiati della colpa di prostituzione sacra con le donne moabite.
Nessuno dei commentatori, riesce a dare una interpretazione precisa e che possa esaudire le tante domande che ci si pone dinnanzi ad un atto così cruento e, tantomeno richiesto da D-o.
Una probabile spiegazione, potremmo darcela soltanto leggendo qualche passo più avanti, l’episodio in cui il Signore comanda a Mosè di investire pubblicamente Giosuè, prima della sua morte, della carica di nuovo condottiero del popolo.
E’ probabile che l’atto compiuto da Pinechas, figlio di El’azar, nipote di Aaron, fosse stato fatto appositamente per mettersi in “evidenza” dinnanzi al popolo, in quanto si andava facendo ormai cosa pubblica, la morte di Mosè e quindi la designazione del sua successore.

Pinechas, uomo di grande valore e di grande zelo, sia militare che religioso, davanti ad una occasione irripetibile come quella narrata al termine della parashà precedente, non si fa domande ed immediatamente agisce, per amore di D-o e per vendicare il Suo Nome.
D-o lo loda, ma vedendolo troppo impetuoso, non può investirlo della carica di Profeta e di condottiero.
In questa parashà leggiamo narrata, l’investitura di Giosuè da parte di Mosè, voluta da D-o, come suo successore e condottiero del popolo, per un compito forse, ancora più importante di quello di Mosè: cioè la conquista della terra di Israele.
C’è da notare che questo atto che il Signore comanda a Mosè di compiere davanti a tutto il popolo, è lo stesso atto che ancora oggi un Rabbino fa nei confronti di un suo discepolo nel momento in cui, superati tutti gli esami, si accinge a ricevere l’investitura rabbinica – la semikhà.
Mosè chiama Giosuè al cospetto di tutto il popolo lì riunito e, ponendogli le sue mani sulla testa, lo investe della sua saggezza, in modo che tutto il popolo si renda conto che ciò che è stato fatto è volere divino.
Fanno notare i maestri del Talmud che il testo dice: “ve natattà me hodehà ‘alav” “…e darai della tua fama a lui” e non “ darai la tua fama a lui” ossia una parte delle tua fama e non tutta la tua fama.
A questo risposero gli anziani dicendo:
“il volto di Mosè era il sole, quello di Giosuè la luna” (Bavà batrà 75 a).

Shabbat shalom