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Chaje' Sara' (7 novembre 2026)

Di Marco Del Monte

L’amore non è un fiume, è un pozzo…

Viviamo in una società nella quale tutto sembra dover essere immediato: la soddisfazione dei desideri, il raggiungimento degli obiettivi, persino l’amore. Una società che attribuisce sempre maggiore importanza all’immagine, all’apparenza, a ciò che si vede in superficie.

Ma la Torà, nella Parashà di Chayè Sarà, ci consegna un’immagine straordinaria, capace di insegnarci qualcosa di profondo sulle relazioni umane: il pozzo. Avraham Avinu affida al suo servo Eliezer il compito di trovare una moglie per Yitzchak. Giunto a destinazione, Eliezer si ferma presso un pozzo e prega Hashem affinché gli faccia incontrare la ragazza giusta. Il segno sarà la sua generosità: non soltanto offrirgli da bere, ma spontaneamente dissetare anche i suoi cammelli. Rashì spiega che una ragazza capace di un simile gesto sarebbe stata degna di entrare nella casa di Avraham, perché avrebbe dimostrato di possedere la qualità del Chesed, la bontà verso il prossimo. Ma perché proprio un pozzo? Il Midrash osserva che tre incontri matrimoniali, fondamentali nella storia d'Israele, avvengono presso un pozzo: quello di Yitzchak con Rivkà, attraverso Eliezer; quello di Yaakov con Rachel; e quello di Moshè con Tzipporà. Rashì aggiunge che Moshè si sedette intenzionalmente presso il pozzo, avendo imparato da Yaakov che proprio lì avrebbe potuto incontrare la propria compagna. Possiamo allora domandarci quale insegnamento si nasconda dietro questa immagine ricorrente. Perché un pozzo e non un fiume? Un fiume offre la propria acqua in superficie, visibile e facilmente raggiungibile. Un pozzo, invece, nasconde la propria ricchezza nelle profondità della terra. Guardandolo dall'esterno possiamo scorgere soltanto un'apertura buia, apparentemente vuota. Eppure, proprio nelle sue profondità si trova l'acqua che dona la vita. Così è l'essere umano. L'aspetto esteriore, il fascino, le prime impressioni rappresentano soltanto la superficie. La vera ricchezza di una persona si trova più in profondità: nel carattere, nei valori, nella sensibilità, nelle fragilità e nella capacità di amare. Come insegnano i Maestri: «Non guardare il recipiente, ma ciò che contiene». Ma il pozzo ci insegna qualcosa di ancora più importante: l'acqua non basta trovarla, bisogna anche impegnarsi per raggiungerla. Talvolta occorre rimuovere una pietra, calare un secchio, sollevarne il peso. Altre volte, nei periodi di siccità, bisogna scendere ancora più in profondità per trovare anche soltanto poche gocce. Quando Yaakov incontra Rachel, trova il pozzo coperto da una grande pietra. Non cerca un'altra sorgente, ma rimuove la pietra e abbevera il gregge. È un'immagine meravigliosa del matrimonio: non basta trovare la persona giusta, bisogna imparare a costruire insieme una relazione, affrontando difficoltà, incomprensioni e sacrifici. Il matrimonio come tutte le mete verso le quali ci si prefigge di arrivare, non rappresentano l'assenza di pietre, ma la volontà di imparare a rimuoverle. La nostra società, invece, rischia di insegnarci il contrario. Quando qualcosa richiede fatica, quando una relazione attraversa un momento difficile, quando l'acqua sembra diminuire, quando un percorso sembra troppo difficoltoso, siamo spesso tentati di cercare immediatamente un altro pozzo, anziché impegnarci ad attingere più in profondità. Ma chi ci garantisce che nel nuovo pozzo non troveremo altre pietre? E chi ci assicura che, abbandonando il primo, non stiamo rinunciando proprio all'acqua più preziosa? La Mishnà insegna: Lefum tza'arà agrà – «Secondo la fatica, così è la ricompensa» (Pirkei Avot 5:23). Le cose più preziose della vita richiedono spesso pazienza, perseveranza e capacità di sacrificio. Naturalmente, perseverare non significa accettare violenza o umiliazioni, ma riconoscere il valore dell'impegno reciproco nelle difficoltà che possono essere superate insieme. Ed ecco che torniamo a Rivkà. Rav Metzgher, riportando un insegnamento del Ma'ayan Beit HaShoevah, propone una lettura suggestiva: il pozzo presso cui si trovava Eliezer era soggetto a una grave scarsità d'acqua, tanto che ogni famiglia disponeva di una quantità limitata. Offrire acqua per giunta ad uno sconosciuto significava dunque rinunciare a una parte delle proprie risorse; offrirla anche ai suoi dieci cammelli rappresentava un gesto di generosità straordinaria. Secondo questa interpretazione, Eliezer non cercava semplicemente una ragazza capace di donare, ma una persona capace di rinunciare a qualcosa di proprio per il bene dell'altro. E forse proprio qui si trova il segreto che unisce tutti e tre gli incontri presso il pozzo: il vero amore, e più in generale la vera nobiltà d’animo, non consiste soltanto nel trovare qualcuno che possa dissetarci, ma nel diventare persone capaci di offrire acqua anche quando costa fatica. Perché arriveranno giorni nei quali il pozzo sembrerà quasi asciutto, giorni in cui attingere richiederà uno sforzo immenso. E proprio allora si rivelerà la profondità del legame. Uno dei miei maestri, Rav David Menasce z”l, mi insegnò che il nero è il colore che assorbe tutti i raggi della luce, trattenendoli per sé, mentre il bianco è quello che li riflette, restituendo agli altri tutta la luce che riceve. Forse il problema del nostro tempo non è che i pozzi siano diventati più profondi, ma che noi abbiamo perso la pazienza di attingervi. Il segreto dell'amore, come di ogni raggiungimento dei propri obiettivi, non è trovare un pozzo che non si prosciughi mai, ma l’impegno giusto e lo sforzo che, anche nei giorni di siccità, non smetta mai di cercare l'acqua.

Shabbat Shalom!