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Vayerà (31 ottobre 2026)

Di Marco Del Monte

La Parashat Vayerà si apre con un episodio straordinario: «Il Signore apparve ad Avraham presso le querce di Mamrè, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda, nel calore del giorno». Avraham alza gli occhi, vede tre uomini, corre loro incontro e li invita a fermarsi per ricevere acqua, riposo e nutrimento.


Rabbì Menachem Menashe, nella sua opera Ahavat Chayim, propone una lettura sorprendente di questo episodio, trasformando ogni particolare del racconto in un insegnamento sul destino dell’anima dopo la morte. Il maestro parte da una domanda: perché la Torà precisa che Avraham sedeva all’ingresso della tenda proprio nel calore del giorno? Secondo la sua interpretazione, il calore del giorno allude al giorno del grande giudizio dell’uomo, quando l’anima si separa dal corpo. La tenda rappresenta il corpo, dimora temporanea dell’anima, mentre Avraham, seduto al suo ingresso, rappresenta l’uomo giunto al termine della propria esistenza o anche l’anima che aspetta per salire infatti dopo è scritto che Avraham alza gli occhi e vede tre uomini. Chi sono questi tre personaggi? Rabbì Menachem Menashe li interpreta come tre angeli incaricati di accogliere l’anima e di esaminare le azioni compiute durante la vita. Non sono semplici visitatori: rappresentano il momento nel quale l’uomo deve rendere conto del proprio operato (Ahavat Chayim, Parashat Vayerà, p. 64). Ed è proprio qui che il maestro introduce una riflessione particolarmente significativa. Avraham corre loro incontro e dice: «Si prenda un poco d’acqua, lavatevi i piedi e riposatevi sotto l’albero. Prenderò un pezzo di pane e ristorerete il vostro cuore». Ma gli angeli non hanno bisogno di mangiare! Quale pane potrebbe dunque offrire loro l’uomo? La risposta è che il pane rappresenta la Torà e le mitzvot compiute durante la vita. Il nutrimento spirituale che l’uomo ha preparato nel mondo terreno diventa ciò che può presentare davanti al Tribunale celeste. Ma perché proprio il pane? Non è una scelta casuale. Nel libro dei Proverbi la Sapienza invita: «Venite, mangiate del mio pane», e i Maestri riconoscono in questo nutrimento un’allusione alla Torà (Chaghigà 14a). Come il pane sostiene il corpo, così la Torà sostiene l’anima. Già la Torà insegna: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di tutto ciò che esce dalla bocca del Signore» (Devarim 8:3). Ma Rabbì Menachem Menashe ci conduce ancora oltre: il pane materiale può trasformarsi esso stesso in nutrimento spirituale quando viene donato per sostenere coloro che studiano la Torà. La Ghemarà insegna infatti che chi sostiene i Talmidè Chachamim partecipa al merito del loro studio (Ketubot 111b). Si compie così una trasformazione straordinaria: ciò che avrebbe nutrito un corpo per un giorno diventa un merito capace di accompagnare l’anima nell’eternità. Il maestro spiega che l’anima, giunta davanti agli angeli, desidera presentare loro qualcosa di buono affinché possano giudicarla favorevolmente. Ma questo nutrimento non può essere preparato dopo la morte: deve essere stato accumulato durante la vita. Ecco perché Avraham aggiunge: «E dopo proseguirete» (Bereshit 18:5). Secondo questa lettura, il passaggio davanti agli angeli non costituisce la destinazione definitiva dell’anima, ma una tappa del suo cammino. Ciò che essa presenta in quel momento testimonia il modo in cui ha vissuto. La Mishnà insegna: «Questo mondo è come un’anticamera davanti al mondo futuro; preparati nell’anticamera affinché tu possa entrare nel palazzo» (Pirkei Avot 4:16). Ed è forse questa la domanda più importante che la Parashà rivolge a ciascuno di noi: quando arriverà il momento di offrire il nostro pane, ne avremo preparato abbastanza? Passiamo la vita a preoccuparci di ciò che mangeremo domani, di quanto guadagneremo, di ciò che possederemo. Ma raramente ci domandiamo quale nutrimento stiamo preparando per la nostra anima. Rabbì Menachem Menashe ci insegna che la Torà studiata, la tzedakà donata, il sostegno ai sapienti e le mitzvot compiute non scompaiono: diventano il patrimonio che l’uomo porterà con sé. Il pane che mangiamo diventa parte del nostro corpo; il pane che trasformiamo in Torà diventa parte della nostra eternità. E quando lasceremo la tenda del nostro corpo, scopriremo che la vera ricchezza non era ciò che avevamo conservato per noi, ma ciò che avevamo preparato per l’eternità.

Shabbat Shalom