Di Rav Alberto Sermoneta
“ …E visse Giacobbe nella terra d'Egitto diciassette anni”
Con queste parole inizia la parashà che leggeremo il prossimo Shabbat e che conclude il primo libro della Torà.
I commentatori fanno notare, che questa parashà, a differenza di tutte le altre contenute nella Torà, è legata a quella precedente senza che vi siano spazi o righe prive di scrittura.
Perchè avviene ciò?
I nostri Maestri spiegano che la vita di Giacobbe fu un alternarsi di avvenimenti, buoni e meno buoni, senza alcuna interruzione.
In questa parashà leggiamo gli avvenimenti accaduti negli ultimi giorni della vita del nostro terzo patriarca, e in modo particolare, dalla lettura attenta, possiamo evincere il profondo amore ed il legame che ebbe per i propri figli.
Sono inoltre riportate le profezie che Giacobbe fece ai propri figli in punto di morte: il loro destino sarebbe stato legato al comportamento che avrebbero avuto durante la vita.
Molti commentano questo brano, (cfr. Gen., cap. 49) definendolo “Le benedizioni di Giacobbe ai propri figli” ma, leggendolo attentamente, ci rendiamo conto che per alcuni di essi, ad esempio Simeone e Levi, responsabili dell’uccisione di un intero paese a causa della sorella Dina, non sono esattamente parole benedicenti; piuttosto dure e crude. (cfr. Gen. cap. 34).
Terminate le profezie nei confronti dei figli, Giacobbe intrattiene suo figlio Giuseppe e gli fa fare un giuramento sacro: “ ...Al na tikbereni be Mizraim”
“...per favore non seppellirmi in Egitto”. (cfr. Gen., cap. 49, vv. 22 e seg.)
Egli dunque si fa promettere da suo figlio che lo seppellirà nella grotta di Machpelà, in quella terra che fu acquistata da Abramo per seppellirvi Sara e dove, all’infuori di Rachele, che morendo di parto per la strada venne seppellita a Betlemme, furono seppelliti tutti i Patriarchi con le loro mogli.
Perchè questa strana promessa, perchè Giacobbe e poi dopo Giuseppe, i quali se pur insigniti di tanta gloria in Egitto e che tanto avevano goduto dei favori del Faraone, non vollero restare da morti in quel Paese? Che cosa li spaventava?
Rashì, il più grande commentatore della Torà e di gran parte della Bibbia, sostiene che chi muore in terra di Israele, immediatamente espia le proprie colpe, in quanto è detto nel libro di (cfr. Deut., cap. 32, v. 43): “La terra farà espiare il suo popolo” quindi, non avendo la possibilità di morire lì, almeno la sepoltura in Israele li avrebbe fatti sopportare le pene delle punizioni nel Giudizio Divino.
C'è ancora un'altra spiegazione: sia Giacobbe che Giuseppe, essendo così importanti in Egitto, sarebbero stati sepolti nelle piramidi, con tutti i criteri delle sepolture egizie, proibite categoricamente dalla tradizione abramitica, che si rifà al detto di Bereshit (cap. 3 v. 19 )“ ….Poiché tu sei fatto di polvere e alla polvere tornerai” privo quindi di ogni ricchezza e di ogni cosa che possa rappresentare la vita effimera terrena.
Anche Giuseppe in punto di morte fa fare lo stesso giuramento ai suoi discendenti: mentre predice loro che di lì a poco saranno fatti schiavi del Faraone, raccomanda che quando usciranno non dovranno dimenticarsi di trasportare in Israele le sue spoglie ........e così fu.
Shabbat Shalom