Di Marco Del Monte

Il tempo delle parole

Il quinto libro della Torah si apre in modo sorprendente. Per quattro libri siamo abituati a leggere continuamente che “Hashem parlò a Moshe dicendo”. All'improvviso, però, l'inizio di Devarim cambia completamente prospettiva: Queste sono le parole che Moshe pronunciò”.

Non è più Hashem a parlare direttamente al popolo, ma è Moshe a prendere la parola. Certamente ci insegna il talmud che anche il libro di Devarim possiede la stessa santità e autorità divina dell'intera Torah, ma il fatto che Hashem scelga di trasmettere la Sua volontà attraverso le parole ormai interiorizzate del Suo servo racchiude un insegnamento profondo. Prima di imparare a parlare bisogna imparare ad ascoltare. Moshe trascorre quarant'anni ad ascoltare la voce di Hashem, a lasciarsi plasmare dalla Torah, a fare silenzio davanti alla Parola divina. Solo alla fine della sua vita le sue parole possono diventare un riflesso della parola di Hashem. Non è un caso che proprio questo libro si chiami “Devarim-Parole". Non semplicemente discorsi, ma parole maturate, meditate, pronunciate solo quando è giunto il loro tempo.
Anche il contenuto del suo discorso ci sorprende. Moshe ripercorre gli errori del popolo, ma i Maestri si chiedono: perché aspettare quarant'anni? Perché non rimproverarli subito dopo il peccato del vitello d'oro, dopo gli esploratori o dopo Korach? I maestri insegnano che Moshe attese di essere vicino alla morte. Se li avesse rimproverati molto tempo prima, il popolo avrebbe continuato a provare imbarazzo ogni volta che lo avesse incontrato. Avrebbero abbassato lo sguardo davanti al loro maestro, portando il peso del rimprovero per tutto il viaggio nel deserto. Moshe insegna così che non basta chiedersi che cosa dire. Bisogna domandarsi anche quando e come dirlo. Shlomo HaMelekh lo aveva già espresso con una frase tanto breve quanto eterna: "C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare" (Qohelet 3:7). La Torah ci insegna che perfino la verità, se pronunciata nel momento sbagliato, può ferire. La tochachà, il rimprovero, è sicuramente una mitzvah della Torah, ma la stessa Torah pretende che venga data con sensibilità, con amore e nel momento opportuno. Non tutto ciò che è vero deve essere detto immediatamente; non tutto ciò che è giusto produce il bene se manca il tempo giusto. Tra l’altro “Hochachà” non significa solo rimprovero ma anche “Esempio”: dare l’esempio costituisce un modello da imitare e contemporaneamente un rimprovero morale implicito.
Moshe ci offre un'ulteriore lezione. Nemmeno alla fine della sua vita sceglie di umiliare il popolo. Anziché elencare apertamente le colpe, pronuncia soltanto alcuni nomi di luoghi. Rashi, spiega che quei luoghi sono soltanto allusioni agli episodi avvenuti lì. Moshe non riapre pubblicamente le ferite; preferisce lasciare che siano loro stessi a ricordare. È la forma più elevata di tochachà: correggere senza umiliare.
Questo principio attraversa tutta la Torah. Anche quando si tratta di Bil'am, uno dei più grandi nemici di Israele, Hashem protegge la sua dignità. Dopo che l'asina vede il malach mentre Bil'am rimane cieco davanti alla realtà, l'asina fu fatta morire dallo stesso malach, affinché nessuno potesse indicarla in futuro dicendo: "Ecco l'animale che ha umiliato Bil'am". Se perfino un rasha come Bil'am non deve essere lasciato vivere nella vergogna pubblica, quanto più dobbiamo custodire l'onore del nostro fratello. Non sorprende allora che la Ghemarà affermi: "Chi fa impallidire il volto del proprio prossimo in pubblico è come se versasse sangue". Il volto impallidisce perché il sangue sembra abbandonarlo; per i Maestri quella sofferenza è così grave da essere paragonata a uno spargimento di sangue.
Forse è proprio questo il messaggio con cui entriamo nello Shabbat Chazon. Il Talmud insegna che il Secondo Bet HaMikdash fu distrutto a causa della sin'at chinam, dell'odio gratuito. Ma l'odio raramente nasce all'improvviso. Comincia quasi sempre con parole dette senza misura, senza sensibilità, senza il tempo giusto. Una battuta che umilia, un rimprovero pronunciato davanti agli altri, una verità usata come arma anziché come medicina. La distruzione inizia dalla bocca, e dalla bocca deve iniziare anche la ricostruzione. Durante l'anno, anche il nostro dialogo con Hashem cambia continuamente. Nelle Selichot Lo supplichiamo con umiltà; a Rosh HaShanah Lo incoroniamo come Re; a Yom Kippur confessiamo le nostre colpe; di Shabbat cantiamo; a Tishà beAv piangiamo. Le parole non sono sempre le stesse, perché il tempo non è sempre lo stesso. Così dovrebbe essere anche nel nostro rapporto con gli altri. La maturità spirituale non consiste soltanto nel sapere che cosa dire, ma nel riconoscere quale parola appartiene a quel preciso momento.
Dopo quarant'anni trascorsi ad ascoltare Hashem, Moshe ha imparato il segreto più difficile di tutti: la parola può essere vera, ma se non è accompagnata dal tempo giusto e dalla sensibilità giusta non costruisce. Quando invece verità, amore e tempo si incontrano, allora la parola dell'uomo diventa capace di riflettere la Parola di Hashem.
Shabbat Shalom