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Comunità Ebraica di Bologna Kehillah di Bologna

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HAAZINU (26 settembre 2015)


Di Rav Alberto Sermoneta

Abbiamo appena trascorso il Giorno del Kippur, che come ogni anno ha visto un'affluenza notevole in tutte le sinagoghe del mondo, proprio come deve essere.

Già subito dopo la sua fine si riprende la nostra routine giornaliera, presi e assorti da mille cose.

Così pure riprendiamo il ciclo dei sabati in tempio e la preparazione alle prossime festività.

La parashà che leggeremo questo shabbat racchiude l'ultimo discorso che Mosè rivolge al popolo, prima della benedizione finale. Come un buon padre e un buon maestro, non si rivolge in modo pacato, bensì in maniera molto dura, chiamando a testimoni il Cielo e la Terra, per ascoltare ciò che dirà ai figli di Israele, per metterli in guardia che il loro futuro non sarà roseo, perché essi si allontaneranno subito dall'osservanza delle mizvot, per seguire ideali vani.

A proposito di ciò i nostri Maestri ci fanno riflettere su quello che è il nostro operato, di anno in anno.

Dopo una intensa giornata come quella di kippur, in cui abbiamo dedicato tutta la nostra spiritualità al Signore, stando in tempio, pregando e digiunando per ottenere il perdono divino, appena suonato lo shofar, torniamo a recitare la preghiera di arvit dei giorni feriali.

Nella amidà dei giorni feriali, fra le 18/19 benedizioni c'è quella in cui diciamo: "selach lanu avinu ki chatanu - perdonaci padre nostro poiché abbiamo peccato".

I Maestri si chiedono quale motivo ci fosse nel recitare quella "benedizione" in un momento come quello, in cui non abbiamo ancora avuto nessuna possibilità di peccare.

La risposta è quella che ritroviamo proprio nella parashà della settimana in cui Mosè, rivolgendosi al popolo li avverte dicendo che, già ora egli sa che fra non molto si macchieranno di colpe.

Il nostro dovere quindi in periodo come quello che va da dopo kippur a dopo succot, è quello di essere in guardia per non tornare a commettere gli stessi errori e beneficiare del bene che il Signore ci manda, per poterne godere fino a fondo.

Shabbat shalom e moadim le simchà.