Di Marco Del Monte
Shabbat Nachamu
C’è un momento nella nostra Parashà in cui anche Moshe Rabbenu, il più grande tra i profeti, si ferma dinanzi a un limite. “Supplicai Hashem in quel momento…”. Moshe prega, implora, desidera con tutto sé stesso entrare nella Terra Promessa.
Ma la risposta che riceve è chiara e definitiva: "Basta così, non Mi parlare più di questa cosa." Il decreto resta. La richiesta non viene esaudita. Ma qualcosa di profondo accade: Hashem gli dice di salire sul monte e guardare con i suoi occhi. Non entrerà nella terra, ma la vedrà. E da quel punto in poi, Moshe non guida più con i passi, ma con lo sguardo. Con la visione. Con la presenza invisibile ma eterna. Questa scena risuona in modo particolarmente intenso nel cuore di chi si confronta con una perdita dolorosa, improvvisa, prematura. Eventi che ci lasciano con domande senza risposta. Perché proprio ora? Perché così? Perché proprio quella persona? E proprio in questa settimana, dopo le tenebre di Tishà BeAv, ci viene incontro Shabbat Nachamu, lo Shabbat della consolazione. Il profeta Isaia ci annuncia: " Consolate, consolate il Mio popolo". Una ripetizione che non è casuale: una consolazione per chi è salito, e una per chi resta. Ci sono anime che attraversano questo mondo in modo rapido, ma potentissimo. Come stelle cadenti, lasciano una scia luminosa, indelebile. Il Chazon Ish scrive nelle sue lettere: “Ci sono anime che vengono al mondo solo per un compito preciso; e quando l’hanno completato, ritornano subito alla loro radice.” Anche lo Zohar insegna che anime che lasciano il mondo prematuramente ascendono a livelli spirituali altissimi, persino superiori a quelli di grandi Tzaddikim, perché completano la loro missione in purezza e totalità. Noi, da quaggiù, non possiamo comprendere. Ma possiamo onorare quella luce. Possiamo ascoltare il silenzioso messaggio che ci lascia: “Non sprecare nemmeno un istante. Vivi pienamente! Fai qualcosa di eterno.” Moshe Rabbenu, pur non entrando in Eretz Israel, resta nel cuore del popolo ebraico, per sempre. Perché? Perché ha vissuto con verità. Perché ogni gesto, ogni parola, ogni preghiera – anche quella “non esaudita” – è diventata Torah, guida, eternità. D’altronde è ben risaputo che i Tzaddikim vengono chiamati vivi anche quando lasciano questo mondo. Mi sembra di aver sentito una storia riferita allo Tzaddik chiamato Halban che affermò di poter aiutare molto di più le persone dal cielo, non avendo i limiti di questo mondo. Come Moshe, anche quelle anime che oggi non camminano più tra noi continuano a guidare. Attraverso il ricordo. Attraverso i valori che ci ispirano. Attraverso i pensieri che ci risvegliano. Non possiamo più ascoltarle con le orecchie, ma possiamo sentirle con il cuore. “Nachamu Nachamu” – doppia consolazione. Una per l’anima che ha compiuto il suo cammino e ora è in pace, avvolta nella luce divina. Una per noi, che pur nel dolore possiamo continuare a costruire, a elevare, a vivere con verità. E come se non bastasse, questo Shabbat porta con sé un significato in più: è anche Tu BeAv, il giorno che il Talmud definisce come “lo yom tov più grande per Am Israel dopo Yom Kippur”. Un giorno di unione, di cuori che si cercano, di neshamot che si riconoscono. Un giorno in cui si celebra l’amore vero – quello che unisce le anime, quello che attraversa il tempo. E forse non è un caso. Forse, proprio in questo Shabbat in cui cerchiamo consolazione, Hashem ci sussurra attraverso Tu BeAv: “Anche Io vi amo. Anche quando non capite. Anche quando vi manca qualcosa o qualcuno. Io Sono lì.” Come è scritto nello Shir HaShirim, il quale descrive l’amore tra Hashem e il popolo d’Israele con le parole più dolci e intime: “Attirami a Te, correremo dietro a Te". A volte un’anima corre davvero verso il suo Creatore. Non perché è fuggita, ma perché è stata chiamata. E forse, solo forse, ci sono anime così preziose, così pure, che Hashem le desidera talmente tanto da non poter restarne troppo lontano. (Kiviachol). Come un Amato che non sopporta la distanza. Come un Padre che sente nostalgia di un figlio. Come una fiamma che torna alla sua origine. Noi restiamo con il cuore pieno. Di domande. Di amore. Di silenzio. Ma anche di una certezza: chi sale in cielo non scompare. Ritorna tra le braccia di Colui che l’ha amato da sempre. E da lì, continua ad amarci. A vegliare. A sorriderci. A guidarci. Che questo Shabbat possa portare respiro ai cuori stretti, e luce nei pensieri oscuri. Che possiamo vivere ogni giorno come un dono, e ogni parola di Torah come un ponte tra terra e cielo. E che le luci che ora brillano da lontano come stelle luminose, continuino a guidarci con amore. Shabbat Shalom Umevorach