Di Marco Del Monte
Nella Torà ricorre due volte la frase “Az Yashir”: Az Yashir Moshè, nella Shirat HaYam, il Canto del Mare, un inno epico e liturgico, cantato dopo la miracolosa salvezza presso il Mar Rosso; Az Yashir Israel, qui, invece, è il popolo intero di Israele che canta, non Mosè da solo. Il contesto è meno famoso: si tratta di un inno di gratitudine per un miracolo più “silenzioso”, l’apparizione miracolosa di acqua durante il viaggio nel deserto.
In entrambi i casi, sembra che i canti scaturiscano da un miracolo legato all’acqua: Quando c’è acqua c’è canto. Esiste nell’anima una naturale predisposizione ad avere sete, come è scritto nei Tehillim (42,3): “L'anima mia ha sete di Dio”, come è anche scritto nel profeta Isaia (55,1): “Oh voi assetati, andate all’acqua”, e come ci spiegano i maestri l’elemento acqua corrisponde alla Torà: “En Maim ella Torà”, “Non c’è acqua se non la Torà” (Bava Kama 17a). Inoltre, anche nell’inconscio dei sogni, molte volte, l’interpretazione dell’acqua è riconducibile alla Torà, e la Torà è chiamata Vita “Torat Chaym”, non a caso, senza acqua non c’è vita, non c’è canto: I morti (spiritualmente parlando) sono coloro che non hanno la capacità di lodare, di cantare, non hanno acqua, non hanno Torà: “ Non possono i morti lodare il Signore , né coloro che scendono nel silenzio” (Sal 115,17). Il secondo “Az Yashir” scaturisce da un luogo dove non c’è acqua, nel deserto, luogo di secchezza, di stanchezza, di silenzio. Ma proprio lì, un pozzo appare, e il popolo canta: anche in mezzo alla fatica, nell’aridità di sé stessi, quando trovi un nuovo accesso alla Torà, la voce torna. Mosè – l’uomo della Torà – inizia il suo cammino immerso in acqua, come un neonato spirituale, e sarà lui, anni dopo, a guidare il canto del popolo, accompagnato dalla sorella Miriam, colei che canta con fede, con forza, per questo meriterà il dono più profondo: l’acqua che accompagnerà Israele nel deserto (Taanit 9a): Il pozzo – la Torà nascosta – sgorga grazie a lei, a una donna che canta. Dopo aver camminato dentro le acque, il popolo canta. Perché l’acqua è passaggio, è purificazione, è risveglio. Il mare rappresenta il mikveh: solo immergendosi si esce dalla condizione di morte spirituale (tum’ah) verso una nuova vita. E la Torà stessa è come un mikveh per l’anima: ti avvolge, ti immerge, ti purifica e fa scaturire da te il canto dell’anima quello che dà la vera gioia, così come il rituale del versare l’acqua a Sukkot (Nisuch Hamaym) era considerata la massima gioia:“Chi non ha visto la gioia della Simchat Beit HaShoeva, non ha mai visto la vera gioia in vita sua.” Israel attraversa il mare all’asciutto, è vero, ma circondato di acqua, come a dire anche la persona apparentemente più arida è circondata di acqua, non acqua salata, ma come dicono i maestri, acqua dolce che scaturisce dalle pareti di acqua salata, anche chi sembra abbia solo una parete, una parvenza come acqua salata in realtà contiene al suo interno una fonte di acqua dolce. Oppure si intenda anche come chi è pronto ad immergersi nell’acqua salata, cioè ad affrontare la difficoltà dello studio, dell’applicazione delle mitzvot, per attraversare le profondità della Torà, del mare, ognuno secondo il suo stile, così come ci furono dodici sentieri nel mare, ognuno per ogni tribù, ognuno secondo il proprio modo di studiare la Torà, allora, dopo questo impegno, potranno sgorgare da quell’acqua salata ruscelli di acqua viva, di acqua dolce, Az Yashir…Allora, e solo allora, si potrà veramente cantare.
Shabbat Shalom eChag Sameach