Di Rav Alberto Sermoneta
Alcuni commentatori ci fanno notare l'inconsueto inizio della parashà, che si apre con l’azione di Mosè di riunire tutta la congregazione del popolo.
La stessa situazione di "kehillà", la si può notare nel racconto della promulgazione del Decalogo, dove è scritto "....
e Israele si accampò di fronte al Monte".
Rashì, a proposito di quell'episodio commenta che tutto il popolo era come un unico uomo con un unico cuore
Dopo l'episodio del "vitello d'oro" però, il popolo si era disgregato e il Mishkan - Santuario - che era stato appena finito,
assunse la funzione di punto di unione del popolo stesso.
Dall'episodio del "vitello d'oro" in avanti, ci sarà sempre bisogno di un “qualcosa” che ricordi al popolo la necessità dell’essere uniti. In assenza
di questa condizione, il popolo non ha più motivo di esistere.
Nel trattato talmudico di Jomà, in cui una larghissima parte è dedicata alla descrizione della vita nel Bet ha Mikdash, è detto dai Chachamim che, se il primo Tempio è stato distrutto per la trasgressione delle mizvot, il secondo lo fu per la "lashon ha ra - la maldicenza".Essa infatti uccide chi la fa e chi la subisce; tanto più in mezzo al nostro popolo, provocandone la sua distruzione e dispersione, così come avvenne al
tempo della distruzione del secondo Tempio e che perdura fino ai giorni nostri.
Moshè, il più grande dei profeti di Israele, nel momento di massimo splendore, all'inizio della vita del Mishkan, chiamando a raduno tutto il popolo, lo mette
in guardia che ciò può avvenire anche in tempi relativamente vicini.
La grandezza del Rav sta quindi nel mettere “in guardia” la propria Comunità, a volte usando anche parole dure, affinché si evitino spaccature in seno
alla Comunità stessa per mezzo di comportamenti inidonei.
Shabbat shalom.